di Darko Bratina
Se intorno alla metà degli anni 60
con i primi Incontri Culturali Mitteleuropei, partendo nientemeno che dalla poesia,
riemerge a Gorizia il primo consistente cantiere mitteleuropeo dopo le due
grandi tragedie belliche, entrambe devastanti negatrici dellidea stessa di
Mitteleuropa, trentanni dopo assistiamo addirittura ad una versione
istituzionalizzata dello spazio mitteleuropeo con il formarsi dellIniziativa
Centroeuropea- INCE. Nellarco di pochi decenni ciò che sembrava tuttal più
la evocazione di unevanescente ed idealistico mondo esclusivamente culturale, con
magari interessanti ricadute sul mercato letterario ed editoriale, assume una sua
concretezza e quasi completezza geopolitica e geoeconomica.
La coraggiosa riproposizione goriziana di una prospettiva a dire poco utopica
solo qualche anno dopo lerezione del muro di Berlino, si rivela oggi, dopo la caduta
di quel muro, una lungimirante opzione valoriale di cui non so fino a che punto la Gorizia
attuale ne è sufficientemente consapevole. Nella mutata realtà in cui ormai ci troviamo
nei fatti, ed incalzati dai fatti stessi, il cui ritmo continua letteralmente a
sorprenderci, nel senso di prenderci di sorpresa, rischiamo oggi più di ieri
di venire bypassati da altri luoghi sia ad ovest che ad est. Se fino a non molti anni fa
vi era nel Nord-Italia una certa omogeneità economica, sociale e persino culturale,
quantitativamente decrescente da Torino a Gorizia, oggi questa continuità non cè
più. In mezzo si è verificata una frattura - anche culturale con il riemergere delle
più profonde identità territoriali - per cui nel Nord-ovest assistiamo al declino
industriale post-fordista, mentre, nel cosiddetto Nord-est è ormai evidente una
rigenerazione economica di tipo post-industriale e post-moderno che va dal Veneto e
attraversa pressoché tutta lEuropa centrale dalla Slovenia fino allUcraina,
ma con qua e là disseminate sacche di buchi neri economici e non solo.
Uno di questi rischia di essere quello goriziano se non ci si darà una mossa, come i
tempi richiedono, con un nuovo coraggio politico, fondato su progettualità capaci di
sciogliere lasfissia economica mista allindolenza imprenditoriale e
valorizzare al massimo la cultura, o meglio le culture presenti, anche perché il
post-industriale esige molta più cultura nelleconomia e viceversa molto più sapere
economico nella cultura, ma sempre partendo dal e rivalorizzando il proprio più immediato
humus e contesto: in una parola il proprio patrimonio spesso messo nelloblio o, come
nel caso di Gorizia, addirittura occultato. John Naisbitt nel suo recente libro Il
paradosso globale dice che il famoso slogan di qualche tempo fa pensare
globalmente, agire localmente va ridefinito nel seguente modo: pensare
localmente e agire globalmente , per dire che proprio in fasi di grandi
trasformazioni come la nostra dobbiamo stare attenti a subire formule a suo tempo imposte
dallesterno. Per evitare rischi di regressione bisogna liberarsi dai pregiudizi e
problematizzare al massimo. Solo così diventa possibile trovare i necessari percorsi e le
necessarie vie di uscita. Bisogna avere la consapevolezza che i modelli sono finiti, che
ancora una volta siamo orfani di fronte alla storia. Sempre più si lavora sulla
riformulazione delle ipotesi ed è importante latteggiamento che teniamo. Se
pensiamo a servire le persone e non il modello, adatteremo via via le situazioni a noi
stessi e agli altri. L89 ha tra le altre cose segnato anche la fine dellera
industriale e dispiegato il post-industriale e il post-moderno che aprono la strada alla
valorizzazione delle identità. È il tema più grande che abbiamo di fronte. Nel passato
si è sempre tentato di adattare le persone ad uno schema, un modello, non importa se
ideologico o religioso, nazionalistico o culturale, quindi azzerando le identità. Oggi le
cose sono rovesciate: prima dobbiamo riconoscere e rispettare le identità, poi costruire
dei modelli su misura. È quanto è avvenuto proprio con lINCE. LIniziativa
Centroeuropea nella sua attuale configurazione definisce o ricostruisce in modo del tutto
inedito lEuropa centrale, non centrorientale, perché fino allUcraina, la
Bielorussia, la Moldavia, bisogna chiamarla Europa centrale. Se uno va a Kiev e dice che
quella città fa parte dellEuropa centrorientale si sentirà rispondere: Noi
siamo Europa centrale. Allorigine cera la Quadrangolare in quanto ne
facevano parte solo quattro paesi: Italia, Austria, Jugoslavia, e Ungheria; poi si è
aggiunta la Cecoslovacchia e si è passati alla Pentagonale, per arrivare
allEsagonale con la Polonia. A quel punto è emersa lidea dellIniziativa
Centroeuropea e sono cominciati i primi guai, perché nell89-91 la geopolitica
ha incominciato a trasformarsi. La Jugoslavia è entrata in crisi e poi cè stata di
mezzo anche la separazione legale tra la Cechia e la Slovacchia. Oggi però siamo arrivati
ad una situazione di una certa stabilità dellIniziativa Centroeuropea con
laggiungersi di altri diversi paesi.
Dei sedici paesi di questo nuovo assetto internazionale lAustria e lItalia
sono gli unici due che fanno parte dellUnione Europea; poi una serie di paesi sono
già associati allUnione Europea, altri invece sono in via di associazione, altri
ancora sono al momento dei lontani aspiranti. Quindi Austria, Italia, Slovenia, Croazia,
Macedonia, Bosnia, Bulgaria, Cechia, Polonia, Romania, Slovacchia, Ungheria, Bielorussia,
Ucraina, Moldavia, Albania.
Se si guarda sulla cartina geografica si vede che questarea europea ha una sua
precisa estensione e compattezza, con sopra larea dei paesi baltici, che però a
loro volta hanno costituito una Comunità con cui dialoga lIniziativa Centroeuropea
e sotto la Comunità del Mar Nero con cui a sua volta dialoga lINCE. La cosa
interessante è che assieme allAustria lItalia sta svolgendo un ruolo
importante tra lUnione Europea e lEuropa centrale con un peso demografico di
circa 65 milioni di abitanti.
Sul versante dellEuropa occidentale siamo inseriti nellUnione Europea con
circa 300 milioni di abitanti, e, sul versante dellEuropa centrale con grosso modo
200 milioni di abitanti. Quindi questa Europa centrale è interessante anche dal punto di
vista demografico, con un non indifferente potenziale di mercati e imprese.
Laltra cosa interessante è che a differenza dellEuropa occidentale,
lEuropa centrale ha una popolazione più disseminata sul territorio, meno
concentrata in grandi città. E in un certo senso il Nord-est italiano dilatato su
unarea molto vasta. Le città dellEuropa centrale sono infatti città piccole,
a cominciare da Vienna che ha un milione e mezzo di abitanti, ben lontano quindi da città
come Parigi, Londra, Madrid, Roma.
LEuropa centrale risulta pertanto, nonostante un sottofondo comune, molto più
differenziata e mosaicizzata al suo interno, specie nelle lingue e culture e perciò non
è la stessa cosa di quella occidentale. Lungi dallavere atteggiamenti di tipo
nostalgico, non va tuttavia dimenticato che per secoli su questarea si estendeva
limpero austro-ungarico.
Nelle assemblee delle delegazioni parlamentari dei paesi che fanno parte dellINCE,
in un certo senso il parlamento dellINCE, questi elementi culturali, linguistici,
nonché i patrimoni storici comuni escono fuori con una forte domanda di restauro
culturale, perché questo secolo è stato da questo punto di vista devastante. Le
due guerre mondiali ed i regimi autoritari hanno fatto distruzioni incredibili. Ma mentre
bene o male le case e gli assetti urbanistici sono stati restaurati, abbiamo ancora in
piedi un problema di restauro culturale e linguistico: da qui il problema
delle identità.
Quindi il pensare localmente, agire globalmente significa anche risistemare le
identità in tutte le loro complessità. Tutta la vicenda europea, del centroeuropa in
particolare, è soprattutto una vicenda di riassetto delle identità, magari poi aprendo
nuove questioni per le minoranze, che tuttavia sono superabili con una seria politica
democratica centrata sui diritti umani e civili, come del resto prevede la Convenzione
sulle minoranze del Consiglio dEuropa, recentemente ratificata anche
dallItalia.
Questa questione è molto avvertita nellEuropa centrale e meno in quella
occidentale, tra gli altri va in particolare segnalato un grosso problema da cui non si è
ancora usciti, perché esiste una specie di collettivo senso di colpa; mi riferisco a
quello che è successo con la questione ebraica, perché soprattutto nellEuropa
centrale la cultura è stata un prodotto cui la comunità ebraica ha dato un contributo
straordinario. LIniziativa Centroeuropea è inoltre una formazione molto pragmatica,
per cui si fanno molti accordi, con gruppi di lavoro ad hoc per quanto riguarda le
infrastrutture, i collegamenti stradali e quelli ferroviari, intese tra le Camere di
Commercio e naturalmente progetti sulla cultura e sui media. Una praticità, a mio avviso,
caratteristica proprio dellEuropa centrale grazie al sottofondo e al sostrato della
cultura ebraica. Un valore questo che andrebbe riscoperto in particolare a Gorizia, luogo
e punto di sutura delle tre grandi civilizzazioni europee, la latina, la slava e quella
germanica e dove, non va dimenticato, la presenza ebraica è stata particolarmente
rilevante e la sua violenta e brutale cancellazione ha purtroppo costituito un danno
irreparabile.
Se non si fa una penetrazione riflessiva di questo tipo, un approfondimento per
progressive scomposizioni con lintento di ottenere una migliore conoscenza di questa
parte dellEuropa, anche nelle sue culture minori, lEuropa occidentale rischia
di conoscerla male perché prima dell89 ne aveva unimmagine semplificata. Ai
tempi del real-socialismo sembrava che essere in Polonia o in Ungheria fosse la stessa
cosa; invece anche allora questa complessità esisteva, cera già prima perché è
una storia antica in cui si intrecciano etnie, lingue, culture e religioni con
straordinaria varietà., come del resto i goriziani Incontri Culturali Mitteleuropei hanno
messo bene in luce sin dagli inizi. Faccio una piccola parentesi perché questo si lega
con l89: questi 200 anni di storia (dall89 della rivoluzione francese
all89 della caduta del muro di Berlino) sono in fondo curiosi perché ad esempio la
grande questione sociale, quindi le classi sociali, la lotta di classe, la bandiera rossa,
tutto questo è nato in occidente. La bandiera rossa nasce a Parigi nel 1848 ma poi si
trasferisce a Mosca. Viceversa, le questioni nazionali nascono nellEuropa centrale,
perché il 1848 è per lEuropa centrale la primavera dei popoli, anno
della fioritura delle identità nazionali, mentre in occidente è lanno
dellaffermazione della lotta di classe.
Ad un certo punto queste cose si mischiano per cui limpianto generato dalla lotta di
classe si trasferisce allest, mentre i paesi occidentali si consolidano come stati
nazionali. Da questo punto di vista ho la sensazione che perfino sulla questione delle
minoranze vi sono letture e preoccupazioni diverse tra i paesi dellEuropa centrale e
i paesi dellEuropa occidentale, e tutto sommato i primi non casualmente sembrano
essere più sensibili a questa problematica.
In un libro del 1919, solo recentemente tradotto da noi, il cui titolo è
significativamente Stato, nazione, economia, il celebre economista classico
Ludwig Von Mises, allindomani della prima guerra mondiale, scrive a chiare lettere,
parlando della Cecoslovacchia appena nata, che quel paese non potrà durare: o i cechi
saranno capaci di assimilare integralmente gli slovacchi, cosa poco probabile, oppure
verrà il giorno in cui i due paesi si separeranno, per non parlare della diagnosi che fa
sul destino della Jugoslavia anchessa appena formata.
Ludwig Von Mises era un galiziano ebreo, grande economista oltre che esperto in questioni
linguistiche.
Tutto questo per dire che lEuropa centrale non è solo un insieme di paesi ma è un
pezzo dEuropa che io definirei, rispetto agli altri pezzi dEuropa, come
quellEuropa che fa da cerniera tra lEuropa occidentale e
lEuropa che comincia dalla Russia in poi ma che non sappiamo esattamente dove
finisce. Una frontiera ad est ben definita dellEuropa non esiste. Anche di recente
il Parlamento italiano ha ratificato accordi con una serie di paesi dellex Unione
Sovietica, ad esempio i paesi transcaucasici o la stessa Georgia che sono paesi in cui
lEuropa cè ma anche non cè, per cui la frontiera orientale
dEuropa risulta essere piuttosto fluida.
LIniziativa Centroeuropea è in qualche modo il luogo internazionale nel
quale sono presenti tutte le realtà istituzionali dellEuropa, perché si va dai due
paesi capofila, Italia e Austria che sono già nellUnione Europea, fino ai paesi che
per il momento possono solo aspirare a farne parte. In termini culturali inoltre
larea dei paesi INCE è quella che più di altre riassume tutte le falde
linguistico-civilizzatrici dEuropa, perché vi è la compresenza di popoli
neolatini, neoslavi, neogermanici e ugro-finnici, grazie alla presenza ungherese, che ha
una sua particolare specificità. Anche per questi motivi larea INCE è quel luogo
dEuropa che forse più di altri è in grado di mettere in reale comunicazione
lEuropa occidentale con lEuropa orientale, versanti religiosi compresi.
Lessere Europa cerniera esprime infine importanti valenze
politico-internazionali in quanto è una specie di palestra per la grande Europa, nonché
un luogo di prova e vera e propria leva di accelerazione per lallargamento europeo.
Nel momento in cui ci si muove dentro lUnione Europea è chiaro che lo
stato-nazione così comera tempo fa non ha più le stesse prerogative,
non può più funzionare in quel modo. Le stesse frontiere, o meglio i confini, sempre
più si configurano soltanto come frontiere di tipo linguistico e culturale, molto
sfumate, sempre meno barriere difficilmente valicabili.
Immettere nella politica questi nuovi dati di tipo culturale e politologico è un problema
anche per la politica, poiché significa modificare dei concetti profondamente radicati.
Lo scossone del muro di Berlino non è solo un fatto politico, ma anche un fatto di tipo
culturale.
Partendo da questa consapevolezza cè moltissimo da fare per lEuropa nel suo
insieme; anche qui dobbiamo cercare di prendere lEuropa veramente nel suo insieme,
con uno sforzo di conoscenza e di circolazione dei saperi; e quindi lEuropa centrale
non può essere soltanto quel luogo che noi conosciamo attraverso la letteratura più chic
della Mitteleuropa, non è sufficiente, anzi può essere persino fuorviante. Vi è quindi
lesigenza di maggiore conoscenza nella prospettiva democratica e la necessità di un
suo progressivo affermarsi. SullEuropa ci sono e ci sono stati progetti alternativi.
Non va mai dimenticato che il nazismo aveva una sua idea di Europa che non si può
dimenticare, il comunismo aveva anchesso una sua idea dEuropa. Il problema è
come non ricadere in tentazioni già tragicamente sperimentate nel passato, ecco perché
la costruzione dellEuropa diventa una questione in cui bisogna essere estremamente
vigili affinché non si prendano percorsi e strade sbagliate. Ecco perché è estremamente
importante avere i termini quanto più precisi su quella che è stata la reale storia
europea, quella mitteleuropea in particolare. Da questo punto di vista Gorizia è un caso
esemplare. Cè francamente da essere piuttosto preoccupati di fronte ai facili
revisionismi che in modo discutibile alimentano acritiche riletture delle tragedie che
purtroppo hanno toccato questo continente.
Se riusciremo a tenere questo percorso - specie in Italia dove sono facili gli
schieramenti europeisti di tipo emotivo - avendo di vista soprattutto limpegno
analitico, allora riusciremo ad accompagnare questo processo in senso positivo e saremo in
grado di realizzare una prospettiva europea forte, democratica, economicamente rilevante,
ecc. altrimenti il rischio di avere delle regressioni resta tuttoggi molto forte.
Dietro la sigla INCE va visto quindi un pezzo importante dellEuropa in costruzione e
ricostruzione. Laverla istituita è stata una grande intuizione. Il fatto che oggi
la compagine abbia questi sedici paesi è un risultato importante e rilevante e cè
da sperare che si risolvano presto le questioni nella Serbia e Montenegro perché è il
tassello che manca a questo insieme.
E Gorizia in tutto questo come si muove? Come si pone la falda goriziana con
le due città confinanti in unEuropa in cui cadono i confini, compreso il suo che
ormai ha gli anni contati.
Guardando Gorizia dal punto di vista dellEuropa vi troviamo condensati alcuni tratti
fondamentali di ciò che è lidea di Europa. La compresenza di cultura italiana,
slovena, e di una seppur vaga sopravvivenza di cultura austro-tedesca e naturalmente la
presenza della cultura friulana - ma non andrebbero dimenticate né la piccola parentesi
francese né soprattutto la lunga presenza ebraica - rende questo luogo pressoché unico
in Europa perché mitteleuropeo per eccellenza. Quindi più che chiederci come larea
goriziana è vista dallEuropa potremmo ribaltare la domanda chiedendoci come Gorizia
oggi con le sue potenziali risorse può guardare allEuropa, avendo subito in questo
secolo grandi lesioni proprio sul versante culturale, quindi un suo progressivo
depauperamento. La prima guerra mondiale è stata oltre che una catastrofe materiale
soprattutto una catastrofe culturale. Il nazionalismo italico ha pressoché cancellato la
presenza austro-tedesca e cercato di assimilare la presenza slovena. Durante il fascismo
si è persino cercato di praticare in queste zone la cosiddetta bonifica
etnica e la cultura friulana è stata messa in una posizione del tutto subalterna.
Il III Reich, con il supporto di frange del fanatismo fascista locale ha completamente
cancellato la presenza ebraica e nel 45 vi è stata la mazzata finale con le
deportazioni, come tragico conto finale dei vincitori o peggio come prevenzione per
ridurre al minimo eventuali rischi di nuove opposizioni. Oggi sono rimaste le radici delle
varie culture che andrebbero alimentate e ricoltivate con maggior consapevolezza, non per
fare della filologia culturale, ma per far sì che questo luogo in apparenza marginale
possa riacquistare una sua legittima centralità con tutto il suo reale patrimonio. Ciò
converge, tra laltro, con le tendenze più avanzate delle riflessioni
economico-manageriali secondo le quali il problema non è costruire grandi sistemi ma reti
e strutture, anche piccole, che siano però di alta qualità e capaci di respirare dentro
aree più ampie sul versante transnazionale. Persino lEuropa oggi può diventare
stretta se le iniziative economiche ed i progetti culturali non si misurano ed espandono
su scala mondiale. Ciò non significa fare grandi fabbriche o grandi agglomerati, quindi
quantità, ma qualità in grado dinteragire con tutti i punti del pianeta anche se
si è piccola impresa o, nel nostro caso, piccola area.
È in questo quadro che la progettualità goriziana con un suo ritrovato senso potrà
rinascere se, con il definitivo superamento del suo essere stata soglia di
difesa o chissà quale baluardo, saprà usare le risorse di qua e di là
dellattuale confine: a cominciare dagli ospedali, cioè dalla salute, per andare
alla ricongiunzione del Collio da rigenerare come grande giacimento vitivinicolo, alla
riorganizzazione delle infrastrutture post-confinarie come snodo europeo di merci e
trasporti, alla riconcettualizzazione delluniversità come grande servizio culturale
ed internazionale per la circolazione dei saperi tra Ovest ed Est e viceversa, alla
reinvenzione di una moderna e democratica rete dei media, al ridisegno urbanistico in
termini di integrazione complementare delle due città da condividere con un vissuto in
comune e al ... tanto altro ancora che non è difficile immaginare e non impossibile da
fare. La chance è lEuropa ed è su questo che nellimmediato futuro si
giocherà il destino di Gorizia.
Estratto da:
NUOVA INIZIATIVA ISONTINA
n. 2 - Settembre 1997 - Secondo Quadrimestre 1997