Il Centro Rizzatti ha proposto un incontro il giorno 20 giugno 1997, presso la sala del Consiglio Provinciale di Gorizia, che vedeva quali relatori Michele Martina e Joko trukelj, ex sindaci di Gorizia e Nova Gorica negli anni 60 e 70. Il tema trattato voleva essere quasi di auspicio per il futuro di queste città sorelle, partendo da ciò che è stato fatto per giungere ad una proposta per il domani. Un domani che si prospetta difficile, ma sicuramente possibile, dove vi sia volontà politica di proporre determinate cose. Proponiamo qui di seguito il testo integrale delle due relazioni.
RELAZIONE DI MICHELE MARTINA
Per me è molto difficile ripercorrere
tutte le fasi che hanno caratterizzato la vita della nostra città nel trentennio che è
seguito alla seconda guerra mondiale. È difficile soprattutto ricostruire
latmosfera che regnava in quegli anni e quindi interpretare con esattezza i fatti
che si sono susseguiti e che hanno segnato in modo più o meno evidente la vita attuale
della città.
Questo breve intervento vuole richiamare, in estrema sintesi, i momenti più significativi
della storia cittadina. Si tratta di avvenimenti esaltanti, anche se accompagnati da
polemiche, molte volte avvelenate. Non vi è alcuna pretesa di completezza di analisi, ma
accenni, pur sempre significativi, della nuova realtà nata dalla distruzioni della
guerra, dalla perdita dei territori, dal dissesto morale ed economico che ne era seguito.
Questi avvenimenti, che hanno inciso in modo profondo nella nostra storia, sono
fondamentali per la conoscenza e la comprensione dell'evoluzione della realtà locale e
non possono essere rimossi dalla memoria storica.
Non è poi corretto dichiarare che non esiste un passato, almeno per quanto riguarda una
linea politico - amministrativa formulata per fronteggiare la situazione postbellica, che
ha contrassegnato un lungo periodo della vita cittadina e che ha tracciato una continuità
nella linea politica che ha efficacia ancora nel presente.
Se oggi si può parlare di ottime relazioni confinarie e di orizzonti aperti sull'Europa
non si può prescindere dal lungo, costante lavoro svolto dagli amministratori nel
passato, in condizioni ben più difficili di quelle odierne. Non voler tenere conto dei
precedenti, pur essendo documentati, come più volte dichiarato dai rappresentanti del
"nuovo modo" di fare politica, è anche paura di dover riconoscere il lavoro e i
risultati raggiunti dai predecessori, che possono, questo sì, non corrispondere
all'impostazione culturale del cosiddetto "nuovo".
Lo storico Pietro Scoppola afferma che la voglia di ripartire da zero è velleitaria
e tipica della cultura malata di illuminismo: bisogna invece, con solo una piccola dose di
modestia, evidentemente virtù questa sconosciuta, correggere ed aggiungere, mai
cancellare il passato. E Rosario Romeo affermava che un Paese idealmente
separato dal proprio passato è un Paese in crisi di identità e dunque potenzialmente
disponibile, senza valori, da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in
se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone
come premessa e garanzia del futuro.
Nessuno può quindi disconoscere che il percorso tracciato ormai più di quaranta anni fa
è stato il fatto più importante dell'azione politico - amministrativa che ha sostituito
una linea chiusa, carica di rancori, senza prospettive e di segno opposto a quanto invece
si muove in tutti gli Stati d'Europa sempre più proiettati verso una integrazione
politica con lo sbocco finale della costituzione di un'Europa unita.
Si dovette in primo luogo affrontare la situazione reale e psicologica conseguente al
nuovo confine. L'effetto psicologico fu disastroso tanto per la convivenza interna quanto
per la questione economica. Senza approfondire l'analisi di questi effetti, desidero fare
solo un breve cenno. Il confine pesava e condizionava fortemente ogni prospettiva di
sviluppo. Per diversi anni ogni tentativo sia pure di modesta industrializzazione veniva
frustrato; anche altri settori economici precipitavano in una profonda crisi. Tutto ciò
era determinato dallo sconvolgimento dell'economia locale in seguito alla grave crisi in
cui l'industria di Stato, che rappresentava buona parte dell'intero settore industriale,
si dibatteva in una fase di transizione tra la produzione bellica e quella a scopi civili.
Neppure i pochi complessi privati, come per esempio il Cotonificio Triestino, furono
risparmiati dalla crisi.
Anche il settore terziario subì la stessa sorte per il fatto che la perdita di 4/5 del
territorio aveva squilibrato il comparto commerciale, essendo stata Gorizia una città
prevalentemente mercantile e di servizi rivolti ad un vasto territorio provinciale.
Il quadro della situazione era veramente disperato soprattutto perché pervaso da un
pessimismo dilagante e da frustrazioni derivate dal convincimento della impossibilità di
ottenere rimedi efficaci e solleciti. La città si aggrappò quindi allo Stato reclamando
provvedimenti straordinari per fronteggiare i problemi e le situazioni che Gorizia portava
su di sé, ma che erano comuni a tutta la Nazione. Lo Stato intervenne con un
provvedimento straordinario chiamato Zona Franca. In realtà non si trattava di una vera
zona franca, perché la classe dirigente di allora era fortemente contraria a questo
intervento che poteva significare l'innalzamento di un'altra barriera, sia pure solo
doganale, che isolasse ulteriormente la città. Così nasceva il provvedimento dei
contingenti agevolati. Questo fatto, a mio parere, è molto indicativo dell'atmosfera che
si viveva allora in città. Gorizia divenne così sempre più dipendente da una politica
assistenzialista dello Stato (Zona Franca, IRI, sostegni vari). Rimanevano in piedi molti
problemi come quelli del rifornimento idrico, dell'Isonzo (ecologici, irrigui e dello
sfruttamento idroelettrico); dell'armonizzazione dei piani regolatori (evitare i contrasti
ambientali, zone industriali e residenziali, collegamenti stradali e autostradali, valichi
confinari, problemi degli abitanti, problemi dei torrenti Corno e Vertoibizza che per la
mancanza di intese costituivano pericolo per inquinamenti ed inondazioni).
Cresceva l'esigenza pertanto di scelte e intese politiche perché l'interesse era comune e
le scelte andavano quindi costruite insieme non solo in termini tecnici ed economici e di
interessi, ma su basi di reciproco rispetto e di pari dignità ricostruendo la convivenza,
rinverdendo la tradizione storica e il bisogno della gente di vivere in pace. La scelta fu
il dialogo con Nova Gorica e Lubiana innanzitutto e con tutti gli altri Paesi con i quali
Gorizia aveva avuto nel passato legami storici e di amicizia.
Non appena la situazione politico - amministrativa lo consentì, a seguito del profondo
cambiamento della classe dirigente tanto allinterno del partito di maggioranza
(D.C.) che nelle istituzioni, si elaborò una linea politica e un progetto che tendevano a
trasformare la frontiera tra i due Stati vicini che coincideva con la
divisione di due mondi, quello occidentale, libero e democratico, e quello orientale
guidato da regimi dittatoriali satelliti dellUnione Sovietica. La divisione
dellEuropa in due blocchi, che comportavano una continuo stato di guerra fredda, era
mantenuta in un equilibrio, sia pur precario, dalla minaccia atomica. A livello locale
ciò si ripercuoteva negativamente provocando una stagnazione simile a quella dei primi
anni del dopoguerra.
Il progetto politico consisteva nella trasformazione del concetto di confine come
tradizionalmente inteso in un confine aperto ad una collaborazione che permettesse di
utilizzare in comune le potenzialità della zona a tutto vantaggio delle popolazioni dei
due Stati. Questa intuizione, che trovava sostegno nella storia, nella tradizioni e nella
cultura di queste terre, basata sul rispetto dei valori umani e sulla consapevolezza che
le diversità (etniche, linguistiche) non devono essere di ostacolo, ma costituiscono una
ricchezza, sarebbe stata sempre negli anni successivi alla base di ogni accordo per le
iniziative da realizzare.
Questa era la sfida politica che le nuove generazioni della classe dirigente proponevano
alla comunità locale per un possibile autonomo sviluppo economico e sociale, e, per la
Nazione, un contributo alla normalizzazione politica con la Jugoslavia come presupposto
per una pace duratura.
Il muro di divisione non era rappresentato solo dal confine di Stato o da problemi
politico - amministrativi. Il transito ai valichi confinari aumentava sempre più e già
si levavano voci e lamentele ogni qualvolta interveniva qualche fatto o provvedimento che
interferisse, rallentando il transito di persone e di merci al confine.
L'economia era il grimaldello per fare breccia, salvo poi a mantenere da parte di alcuni
un atteggiamento sprezzante non appena se ne presentasse l'occasione. Questa continua
oscillazione tra l'apertura al nuovo e la successiva chiusura nazionalistica in una certa
parte di cittadini, era la dimostrazione del conflitto esistente tra le riserve e i
pregiudizi annidati nelle menti e nei cuori e l'interesse di sfruttare a fini commerciali
il confine. Questo conflitto, purtroppo, esiste ancora nonostante i passi fatti e la
storia che ha camminato molto in fretta in tutta Europa. Il nostro confine divenne il più
permeabile d'Europa. La cortina di ferro che separava l'Europa in due parti non aveva qui
efficacia.
I contatti iniziarono in sordina e in un clima di reciproche riserve. Da una parte lo
Stato, con l'accordo di Udine del 1949, regolamentava il transito confinario per il
piccolo traffico per consentire i passaggi degli agricoltori dando così una prima
parziale risposta ai gravi problemi conseguenti al tracciato confinario che non teneva in
alcun conto la realtà urbanistica della zona. Ricordo solo i paradossi più emblematici
di una linea di confine tracciata a tavolino: strade interrotte, confine che divideva i
campi e separava le case di abitazione dalle stalle o dagli orti e persino divideva le
tombe in due parti. Alle prime parziali e provvisorie intese fra Stati, rese
indispensabili e indilazionabili per le reciproche esigenze vitali delle popolazioni,
seguirono i primi sporadici e timidi approcci tra le amministrazioni locali che
maggiormente sentivano il peso di una soffocante situazione per la vita della città.
Erano problemi anche di piccola portata che però ostacolavano l'attività economica e
complicavano la vita dei cittadini. Sotto la spinta dell'economia familiare pur in una
atmosfera di attriti e di un continuo palleggiamento di torti e responsabilità, attutiti
solo dalla necessità di sopravvivenza, i contadini furono i primi a rompere il muro della
inimicizia e diffidenza delle popolazioni delle due parti che peraltro da sempre hanno
convissuto in queste zone integrandosi vicendevolmente, facilitati anche dal fatto che la
lingua parlata fra loro era per la maggior parte il friulano e lo sloveno, lingue
conosciute da ambo le parti. Con il passare del tempo, i rapporti divennero più
frequenti, meno formali e più amichevoli. Iniziò quindi il periodo della vera
collaborazione che superava il presente per guardare al futuro delle due comunità. Si
capì che continuare a ripiegarsi su stessi, coltivando rancori e rivincite, avrebbe avuto
il solo risultato di perpetuare una situazione insostenibile impedendo ogni crescita
civile ed economica delle nostre comunità.
Questa delicata e complessa situazione fu affrontata con molta trepidazione, ma con la
forza morale di chi sentiva che la strada imboccata avrebbe portato alla svolta radicale
nel modo di intendere la politica amministrativa della cosa pubblica locale ed era una
sola, senza alternative di sorta. Questa scelta fu agevolata dal convincimento che pure i
nostri vicini vivevano unanaloga situazione di isolamento, condizionati ancora dal
ricordo delle vicende persecutorie della politica fascista snazionalizzatrice del periodo
fra le due guerre e dal dramma dell'ultimo dopoguerra motivato non solo da uno spirito di
rivalsa e vendetta contro gli italiani giudicati semplicisticamente fascisti, ma
principalmente da motivazioni ideologiche a supporto della rivoluzione permanente per la
conquista sovietica del mondo.
Le difficoltà che si dovevano superare per avviare positivi rapporti confinari, al fine
di creare le migliori condizioni per affrontare i problemi che si affacciavamo,
consistevano anche nel rapporto esistente con lo Stato nei suoi organi centrali e locali.
A questo proposito voglio ricordare i ripetuti richiami, protrattisi negli anni, dei
prefetti su disposizioni ministeriali, in particolare del Ministero degli esteri, che,
gelosissimi delle loro prerogative, pretendevano di impedire agli amministratori locali
ogni contatto con i rispettivi omologhi jugoslavi senza preventiva autorizzazione. Queste
limitazioni denunciavano in modo macroscopico i limiti di uno Stato centralista, in grave
ritardo con levolversi della società e incapace di comprendere la nuova situazione
che esigeva maggiore autonomia e responsabilità delle rappresentanze locali in grado di
interpretare meglio i veri problemi delle popolazioni di confine. Il metodo di gestione
dei problemi locali purtroppo era solo burocratico e fatto dallalto con conseguenze
negative facilmente immaginabili e constatabili (un esempio per tutti è la strada del
Sabotino), mentre gli amministratori della vicina città venivano sistematicamente tenuti
al corrente delle trattative in corso tra i due governi e venivano consultati sulle
soluzioni da dare alle problematiche locali.
Debbo però anche riconoscere che, fortunatamente, non tutti i responsabili della gestione
dello stato (ministri, prefetti, direttori generali e funzionari) avevano nei nostri
confronti un atteggiamento formalista di rivendicazione delle proprie competenze e
prerogative; in molti casi tutto si risolveva con richiami al rispetto delle formalità.
Se gli amministratori di allora si fossero lasciati imbrigliare dai lacci di una
burocrazia superata dai tempi e distaccata dalla gente avrebbero certamente allontanato
qualche preoccupazione personale, ma avrebbero compromesso il dialogo e mancato alla
doverosa rappresentatività popolare.
La collaborazione fu possibile perché al di là del confine trovammo degli amministratori
animati dalla stessa volontà nostra e disposti a compromettersi di fronte ad una opinione
pubblica ancora ostile perché influenzata dal regime comunista totalitario che manteneva
in vita i fantasmi del passato per continuare a manipolare lopinione pubblica
distraendola così dai veri problemi connessi ad una situazione economica di grave crisi.
È doveroso riconoscere che queste persone dimostrarono molta chiaroveggenza e moltissimo
coraggio nelliniziare un rapporto nuovo dopo tanti anni di chiusura.
Senza far torto a nessuno, desidero qui ricordare tre persone che hanno avuto il grande
merito di aver subito compreso lesigenza di una collaborazione tra i due Stati non
solo a livello locale, considerando lItalia un partner importantissimo per la sua
cultura e per il livello economico raggiunto.
Il dott. Josko Strukelj, che saluto questa sera con riconoscenza, sindaco di Nova Gorica,
vice governatore della banca centrale di Belgrado e infine direttore generale della
Metalka, la più importante azienda jugoslava per il commercio internazionale. Già il 17
maggio 1966, in occasione di una relazione tenuta al Rotary Club sul tema Vocazione
internazionale di Gorizia ricordavo che con Nova Gorica si formava una
collaborazione stretta e continua che affrontava e risolveva comuni problemi e ne poneva
molti altri, vitali ad entrambe le popolazioni vicine. L'incontro con un amministratore di
idee avanzate quale il dott. Strukelj proiettava nella realtà goriziana una frontiera
nuova dove uomini appartenenti a due stati diversi sentivano che cera tanta strada
da fare insieme per sé e per i propri figli. Se tutto questo poteva essere
affermato più di trentanni fa, allora ciò significa che già allora vi era una
grande disponibilità nei confronti di una politica aperta, ma senza cedimenti ideologici.
Il signor Milan Vizintin, sindaco, poi deputato a Belgrado e direttore generale degli
stabilimenti di Anhovo (Salona), la più importante industria del cemento e uomo politico
di punta, sempre presente nei momenti decisivi dei rapporti bilaterali.
Da ultimo anche perché più giovane il dott. Simac, sindaco e dirigente industriale. È
stata per me una fortuna trovare persone così aperte, sensibili e di alto livello
intellettuale con le quali è stato possibile trattare anche i problemi più difficili e
nei momenti nei quali sembrava tutto crollare a causa di fatti inconsulti o provvedimenti
errati che minacciavano di compromettere i risultati fin lì raggiunti.
Penso che la loro sensibilità nei confronti delle esigenze delle popolazioni di confine,
sia derivata dallessere essi stessi figli di questa terra che hanno sempre
dimostrato di amare; pertanto non faceva loro velo il fatto di trovarsi necessariamente
legati al regime comunista che teneva sotto controllo ogni cosa e contemporaneamente
mantenere rapporti amichevoli con noi senza vincoli ideologici.
In questo contesto è doveroso ricordare anche unaltra figura di politico, non
locale, ma che ha avuto un ruolo importante per la svolta politica, raggiunta solo molti
anni dopo, pagando duramente di persona questa sua libertà intellettuale: si tratta del
presidente del governo della allora Repubblica federale di Slovenia, dott. Stane Kaucic.
Egli si dimostrò sempre aperto e sensibile a tutti i problemi riguardanti la zona.
Parallelamente alla politica di apertura verso il vicino Paese si aprì in città un
dibattito che prendeva lavvio con la formazione della prima giunta comunale e
provinciale di centro - sinistra nel 1965. I discorsi, gli interventi e le varie
iniziative erano tutte legati da un filo che conduceva alla nuova cultura che bandiva lo
sciovinismo, la retorica della guerra che non aveva nessuna attenzione verso i sacrifici e
i morti dei vinti che pure in tanti erano appartenuti a questa stessa comunità. Questa
nuova cultura si basava anche su una lettura più obbiettiva e realistica della storia,
delle vicende belliche e del periodo successivo. Sapevamo però di non essere degli
isolati e dei disfattisti o degli utopisti, come purtroppo venivamo
considerati da alcuni ambienti più retrivi e conservatori, ma al contrario eravamo
convinti di avere concorso modestamente al ristabilimento alla scala dei valori, mettendo
al primo posto luomo. Sapevamo anche di essere parte di quel processo critico -
storico che già nel 1930 vedeva Giani Stuparich farsi insospettabile interprete di questa
visione obbiettiva della guerra: rivolgendosi ai suoi studenti, parlava della vita del
soldato in trincea non in termini di bella guerra, come si usava allora, e
certamente anche fino ai tempi di cui si discute, ma di privazioni, sofferenze, sangue,
morte
Qualcuno allora rimase deluso, anche perché Giani Stuparich era medaglia
doro, e magari da lui ci si aspettava che parlasse delleroismo del fratello
Carlo caduto in guerra. Invece egli concluse affermando che la guerra è la peggior
disgrazia che possa capitare allumanità.
Più recentemente, negli anni Sessanta, usciva il capolavoro Isonzo 1917 di
Silvestri che si muoveva sulla stessa linea. Purtroppo Gorizia era ancora condizionata
fortemente per cui liniziativa del Comune di ricordare il cinquantesimo della
conquista di Gorizia con la rappresentazione del dramma teatrale di Franceschi,
Gorizia 1916, in chiave umanissima, ma critica dellapologia della
guerra, fu un atto coraggioso che però determinò reazioni scomposte. Ricordo a questo
proposito una accesissima riunione in Questura, la mattina del giorno stabilito per la
rappresentazione teatrale, in cui i rappresentanti delle associazioni darma chiesero
al questore la sospensione della rappresentazione. Durante il burrascoso, incontro venni
insultato per cui, offeso, abbandonai la riunione.
Alla fine, con lintervento del questore dott. Guida e dellallora capitano dei
Carabinieri Zilli, si giunse alla formulazione delle scuse, portemi a nome di tutti i
presenti, dal presidente dellAssociazione bersaglieri di Gorizia, dott. Luigi
Bardusco, per le infondate accuse e i gratuiti insulti che mi erano stati rivolti. La
rappresentazione si tenne regolarmente al pomeriggio, con una mia breve introduzione per
chiarire lo spirito con cui si presentava lopera e il significato profondamente
umano con cui si descrivevano il disagio e i sacrifici dei soldati.
Lo sforzo per modificare la mentalità diffusa di chi ancora si abbeverava alla fonte di
una cultura malata di sciovinismo, che il fascismo impose nel periodo fra le due guerre
mondiali, causa principale degli odi e della frattura con i popoli vicini, risultava molto
difficile e rimase da alcuni incompreso. Eppure questa revisione storica non era una
nostra invenzione e non era neanche la conseguenza dellacritica accettazione di un
revisionismo politico - ideologico, ma fondava le sue radici in un umanesimo cristiano.
Non era uninvenzione nostra perché trovava origine nel pensiero e nelle opere di
intellettuali (poeti, scrittori), come appunto Stuparich e Ungaretti.
Sul piano culturale fu il discorso di Giuseppe Ungaretti al Castello di Gorizia che
avallò in modo solenne e convincente levoluzione culturale di Gorizia. Il tempo
concesso ai relatori mi impedisce di leggere il breve discorso che il poeta pronunciò al
Castello il 20 maggio 1966, trentunanni fa. Mi limito perciò a citare solo questo
periodo: Il nome di Gorizia, dopo cinquantanni, mentre si compie il primo
cinquantennio della vicenda che lha mutata, torna a significare per me ciò che per
noi, soldati in un Carso di terrore, significava allora. Non era il nome di una vittoria
non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega; ma il nome di una
comune sofferenza, la nostra, e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico,
ma che noi pur facendo senza viltà il nostro dovere chiamavamo nel nostro cuore
fratello. Ed ancora quanto il poeta lasciò scritto nel libro donore degli
ospiti del Comune: Al Municipio di Gorizia, alla città che tra le mie memorie è,
al compiersi del primo cinquantennio, segno non di una vittoria, ma di una speranza di
fraternità finalmente raggiunta tra gli uomini.
Il salto nellimpostazione culturale fu il fatto fondamentale per il nuovo corso
caratterizzato ancora da prese di posizioni politiche, polemiche consiliari e non.
Emblematica di questa atmosfera di lotta fu la lettera pervenutami nei primi mesi del 1971
contenente pesanti minacce. Il contenuto in sintesi era questo:
Italiani..
bisogna colpire direttamente tutti i capi responsabili dei vari partiti, delle
organizzazioni
questo è lordine categorico del G.E.R.S.I. che comanda ai
suoi organizzati di entrare in azione secondo criteri e metodi già appresi
siete
uno dei responsabili e come tale sarete colpito. Il G.E.R.S.I. f.to La Rosa dei
Venti.
La lettera benché pubblicata dalla rivista Iniziativa Isontina lasciò
indifferenti la Prefettura e la Questura. È stato successivamente dimostrato che la
Rosa dei Venti era una parte del terrorismo nero responsabile dei gravissimi
fatti accaduti in diverse città italiane (fatti dei quali oggi si torna a discutere),
della strage di Peteano e dellepisodio di terrorismo accaduto allaeroporto di
Ronchi. Riferibile a questo clima di tensione fu anche lesplosione, nel 1969, di una
bomba dimostrativa sotto la rete confinaria alla Transalpina.
Ma quegli anni furono anche anni fervidi di iniziative e di risultati positivi. Tra gli
avvenimenti più significativi che hanno segnato questo percorso di collaborazione vorrei
citare almeno alcuni tra i più importanti.
Nel 1960, dopo un lungo periodo di studi e di relative polemiche, il problema
dellautostrada Villesse Gorizia, che vide pure impegnarsi pubblicamente,
seppure in unottica diversa, ling. Francesco Caccese e ling. Egone
Lodatti, veniva inserito nel piano nazionale di costruzione dei raccordi autostradali,
primo riconoscimento dellimportanza del collegamento con Lubiana. Nel 1963, di
comune accordo, veniva fissato il punto dincontro dei due tronchi al confine.
Nel 1962, con la fiera Alpe Adria di Lubiana, era partita la collaborazione concreta. Nel
maggio del 1964 lon. Aldo Moro in visita a Gorizia riconosceva ed apprezzava il
ruolo che la città svolgeva anche nellinteresse della Nazione, affermando che
questa di Gorizia era una visione umana, cristiana e moderna delle cose.
Nel 1965 la Regione FriuliVenezia Giulia, appena costituita, incontrò per la prima
volta i rappresentanti della Repubblica di Slovenia nel municipio di Gorizia. La scelta
della sede dellincontro era il riconoscimento per il lavoro svolto.
Qualche mese dopo si realizzava il collegamento telefonico diretto Gorizia Nova
Gorica. Nello stesso anno il presidente del consiglio Aldo Moro, in visita ufficiale in
Jugoslavia, portò con sé una lista di problemi che ci riguardavano: Isonzo, centrale
idroelettrica, collegamenti stradali ecc. Il problema dei deportati era sempre incombente
e nonostante linsistenza con cui veniva posto nessuno, neppure lon. Moro, con
il suo prestigio, riuscì ad ottenere notizie ufficiali. Si chiedeva almeno di conoscere i
luoghi di sepoltura per consentire ai familiari di deporre un fiore e recitare una
preghiera.
Nel 1967 in occasione degli VIII Stati Generali dei Comuni dEuropa a Berlino, Willy
Brandt annunciò la Ost-Politik della Germania. Gorizia in silenzio lapplicava già
da anni. Nel mio intervento esposi la politica di buon vicinato instaurata con la
Jugoslavia sui problemi di interesse dei due stati confinanti che ha permesso di
realizzare il confine più aperto dEuropa fra due Stati facenti parte dei due
blocchi stabiliti a Yalta e che hanno resistito fino alla rivoluzione degli anni 1989
92. Gastone Deferre, allora sindaco di Marsiglia e candidato alla presidenza
della Repubblica francese, in quelloccasione si espresse in termini molto positivi,
riconoscendo il lavoro svolto, dimostrò il suo apprezzamento per la linea di
collaborazione impostata dagli amministratori locali e per i risultati raggiunti.
Nel gennaio 1968, in occasione della Prima giornata della pace, indetta da Papa Paolo VI,
i sindaci Miha Kosak di Lubiana, Hans Ausserwinkler di Klagenfurt, Milan Vizintin di Nova
Gorica e chi vi parla, si incontrarono a Gorizia per lo scambio degli auguri di pace. In
quelloccasione ricordavo: È forse con un po di orgoglio che noi
partecipiamo alle attese del mondo doggi offrendo questo esempio. È vero, non
abbiamo fatto nulla di straordinario, se non un nostro dovere di uomini e di
politici
ed abbiamo scoperto che non ci sono confini per i sentimenti e la speranza
delle famiglie, né lingue diverse, ma lattesa di ogni cittadino di essere tutto sé
stesso per i propri figli, per la propria gente, per un tempo migliore. Ribadiva
Hans Ausserwinkler: Non è questo un incontro di città straniere perché queste
sono città amiche che vivono gli stessi problemi e lavorano insieme perché sopra le
frontiere gli uomini si avvicinino, le comunità si aiutino.
Dobbiamo dire ai giovami che oltre i confini ci sono uomini che hanno la stessa ansia e
gli stesi desideri di noi
Insegniamo la tolleranza
lavoriamo perché la
pazzia delle guerre che hanno tanto dilacerato lEuropa in questo secolo sia
cancellata per sempre dalla vita umana (nel 1978 in una cerimonia tenutasi nel
Municipio di Gorizia si ricordarono i sessantanni dalla fine della prima guerra
mondiale e si celebrò la riconciliazione tra quanti allora combatterono sui due fronti).
Nel 1971, in un incontro svoltosi a Nova Gorica, fu perfezionato il lavoro di
armonizzazione dei progetti della nuova stazione confinaria e si decise
latteggiamento da prendere davanti i rispettivi governi sul bacino idroelettrico,
sui valichi di frontiera per adeguarli al crescente traffico. Si trattarono pure la
richiesta per lapertura di un valico pedonale in via San Gabriele, le questioni
degli scarichi industriali e del raccordo ferroviario. In molti altri incontri si
analizzarono ancora problemi di cooperazione industriale, di allargamento della fascia
confinaria e della revisione degli accordi di Udine. Si formarono tra i due comuni
commissioni miste di lavoro per lassetto del territorio e per lecologia, per
leconomia e per i problemi della cultura, della gioventù e dello sport. Molto
significative furono le iniziative culturali: in particolare la manifestazione denominata
GO X GO che coinvolse pittori, scultori e altri artisti al di qua e al di là del confine,
che segnò un momento importante nella ripresa delle relazioni tra le due parti.
Erano questi momenti di soddisfazione che ripagavano in abbondanza le difficoltà, le
polemiche e le incomprensioni che spesso incontravamo. Non mancarono neppure
riconoscimenti per le posizioni assunte. Il più alto e più gradito dei riconoscimenti
venne dallelettorato di Gorizia con le elezioni comunali del 1970. Lelettorato
premiò la politica amministrativa portata avanti con successo dal centro - sinistra e in
particolare dalla D.C. che era lasse portante dellalleanza. Un particolare
riconoscimento che ci giunse inaspettato era contenuto nella dichiarazione congiunta
emessa alla fine della prima visita ufficiale del presidente della Repubblica Giuseppe
Saragat in Jugoslavia che affermava come i buoni rapporti vigenti tra i due Paesi fossero
anche il frutto dellazione degli amministratori della zona di confine.
Nel 1968 a Bruxelles la Commissione dei poteri locali dellAssemblea consultiva del
Consiglio dEuropa assegnava i premi dEuropa, conferendo la bandiera
donore alla città di Gorizia per lattiva opera della sua Municipalità a
favore della comprensione internazionale e di una migliore convivenza fra i popoli. La
bandiera fu consegnata in una cerimonia a Gorizia da un rappresentante del Consiglio
dEuropa.
Il 1975 è lanno dellaccordo di Osimo, che avrebbe dovuto chiudere il
contenzioso di trentanni di provvisorietà. Laccordo fu preparato da un alto
funzionario del Ministero dellIndustria e, mentre chiudeva alcuni problemi, ne
apriva di altri. Fu un accordo male preparato senza preventive consultazioni, ma ciò che
è peggio senza una conoscenza precisa della problematica confinaria. Evidentemente
laccordo era più rivolto allesigenza politica di stabilizzare la situazione
che vedeva la Jugoslavia di Tito come cuscinetto fra lOccidente e i Paesi del patto
di Varsavia che non alla soluzione definitiva dei nostri rapporti con la Jugoslavia.
Queste indicate sono solo alcune tappe di un cammino intrapreso in comune ormai
quarantanni fa, che ha portato alla soluzione di molti problemi, ma soprattutto che
ha inciso profondamente sui rapporti umani tra le popolazioni che vivono sul confine.
Diversi problemi non sono ancora risolti, altri sono emersi nel corso di questi anni ed
aspettano tutti le doverose soluzioni. Queste non potranno che basarsi sulla traccia di un
cammino già compiuto.
INTERVENTO DI JOKO TRUKELJ
Gentili Signore e Signori!
Vorrei innanzitutto esprimere, a nome della nostra associazione FORUM ZA GORISKO, i miei
più sentiti ringraziamenti al Centro Rizzatti e agli organizzatori per il cordiale invito
a partecipare a questo convegno. Il titolo stesso di questo convegno è molto eloquente e
dimostra che l'intenzione degli organizzatori dell'incontro è quella di valutare i primi
tentativi di collaborazione transfrontaliera attuati durante gli anni 60 e di discutere
sulle possibilità evolutive dei presenti e futuri scenari europei.
Nell'intento di ricostruire brevemente levoluzione dei rapporti attuali sul piano
politico, economico, sociale e culturale prevalenti nelle nostre aree di confine e di
rispondere al quesito se attribuire a Gorizia e Nova Gorica un destino evolutivo uguale o
diverso, mi pongo due domande: 1) come si svolgono i rapporti di scambio e di
collaborazione reciproca, e 2) qual è il livello di interdipendenza e di integrazione.
Durante la seconda metà degli anni 60 nella ex - Jugoslavia ed in particolare in Slovenia
si affermava il concetto di separazione dell'autorità del Partito Comunista dal potere di
stato che avrebbe dovuto produrre cambiamenti radicali dell' assetto sociopolitico del
paese con conseguente crescita delle autonomie regionali e locali dando una nuova
dimensione all'evoluzione economica, sociale, scientifica e culturale.
Tale nuovo indirizzo ha notevolmente contribuito ad una pianificazione più audace dell'
intero territorio del comune di Nova Gorica il quale poteva allora vantarsi di essere
salito dal 25% al 60% posto tra i sessanta comuni sloveni, sia per il reddito che per la
sua crescita economica. L' incremento della collaborazione transfrontaliera in termini
concreti, che rappresentava allora uno degli obiettivi prioritari del piano di sviluppo
del comune di Nova Gorica, era dovuto soprattutto alla favorevole circostanza di aver
avuto a Gorizia come sindaco il Signor Martina. Il Senatore Martina con la sua eccezionale
personalità e competenza professionale ha saputo, assieme ai suoi collaboratori, dare
ascolto a quelle correnti positive che si fecero sentire - sotto le più svariate forme e
con sfumature diverse - nella realtà di confine.
A quel tempo sia nel mondo della politica che in quello scientifico emergevano profondi
quesiti se definire la frontiera come una linea di "divisione" o come punto d'
incontro, quale potesse essere il ruolo delle città confinarie in un contesto di stato o
di sovrastato, quale fosse il loro destino di funzionalità, quali fossero i rapporti tra
gli stati, i rapporti transfrontalieri ed altri. I contatti tra le città di Gorizia e
Nova Gorica, che gradualmente si facevano strada durante il periodo nel quale con l'amico
Martina coprivamo la carica di sindaci, erano basati sulla più o meno chiara percezione
delle realtà positive delle aree confinarie, createsi da complessi processi del passato,
dal superamento di barriere politiche, dalla valorizzazione delle differenti comunità
linguistiche, etniche e culturali nei due paesi che assumono particolare valenza politica,
economica e socio culturale proprio nelle aree confinarie.
Ed è proprio allora che furono attuati i primi tentativi di riflessione sul ruolo delle
città di Gorizia e Nova Gorica nei confronti del confine, l'interrogativo
sullinserimento del concetto di confinarietà nelle correnti evolutive delle due
città, e su quali avrebbero potuto essere gli elementi di unione e quali quelli di
divisione tra le due città. Tali riflessioni si collegavano agli interrogativi sul
significato del confine come un elemento che turba o al contrario come un elemento che
rappresenta una risorsa economica e culturale in grado di scaturire le più svariate forme
di interazione sociale.
Nella sua storia, Gorizia non era mai stata una città di confine - "se il confine va
inteso come una zona di confronto attivo di un sistema sociale con un altro sistema o
ambiente" (Strassoldo, 1979:152). Gorizia è diventata una città di confine dopo la
II. guerra mondiale. Successivamente alla Conferenza di Pace di Parigi Gorizia si trovò
collocata sulla linea di divisione politica tra l'Italia e la Jugoslavia con conseguente
perdita di gran parte del suo retroterra. Fino ad allora, Gorizia svolgeva il ruolo di
centro amministrativo, economico e culturale di una vasta area.
Nova Gorica - d'altronde - è nata come città di confine il cui obiettivo era quello di
colmare la lacuna sorta con la separazione coercitiva della città di Gorizia dal suo
retroterra e viceversa, per dare al suo retroterra nuova vita e dinamicità, per creare
una nuova forma di vita e unarmonia socio - geografica e creare le condizioni di
sviluppo sociale ed economico interrotto.
Sin dai primi incontri ci rendevamo conto del fatto che le due città - nonostante le
esistenti differenze - avevano funzioni e strutture analoghe.
Una caratteristica comune alle due città era la loro interdipendenza e complementarietà,
a cui si aggiungeva una viva competitività che non escludeva l'una o l'altra, ma le
confrontava come zona influente con ottime possibilità di espansione in tutte e due le
direzioni.
Il tipo di sviluppo accennato si era affermato in Slovenia in particolar modo durante la
presidenza del governo sloveno di Stane Kavcic. Al termine del mio mandato di sindaco di
Nova Gorica ho seguito, come membro del governo Kavcic, con vivo interesse ed entusiasmo
l'incremento degli sforzi volti alla democratizzazione del sistema, alla liberalizzazione
del sistema economico e sociale, ed in particolare alla crescente autonomia
nell'attuazione di iniziative di collaborazione tra le due città e la regione Friuli
Venezia - Giulia. Purtroppo "la primavera di allora" presto svanì.
Nella seconda metà degli anni 60 nel nostro entusiasmo di porre salde radici di
collaborazione abbiamo riscontrato molteplici ostacoli e sospetti.
Abbiamo dovuto difenderci dalle accuse di voler gestire "la politica estera" dal
punto di vista di interessi regionali e locali, di cercare "non autorizzati" e
con metodi "provinciali" di occuparci di "diplomazia". Nella seconda
metà degli anni 70 - i legami fino ad allora pazientemente intrecciati si sono
gradualmente affievoliti. Negli anni seguenti la collaborazione transfrontaliera a livello
istituzionale e l'attuazione di comuni progetti man mano perdevano di intensità e
vivacità e si riducevano a contatti formali e accordi senza capacità operative.
Alla fine degli anni 90 mi pongo di sovente la domanda se possiamo essere
soddisfatti della situazione attuale delle due città come può essere valutata alla base
di dati oggettivi e/o percezioni soggettive, se ci troviamo di fronte a opportunità di
maggior sviluppo rispetto a quelle del passato, cosa possiamo fare noi stessi
richiamandoci alle nostre forze e alle esistenti potenziali risorse o se è veramente
necessario appoggiarsi prevalentemente a forze esterne aspettando pazientemente un
possibile supporto da Roma e/o da Lubiana. Al mio pensiero si affaccia anche la domanda se
le nostre prospettive non siano realizzabili in un tempo più breve attraverso Bruxelles o
Strasburgo.
I primi inizi del Goriziano con lo status di "Land" (provincia con vasta
autonomia) sono validamente comprovati sin dall'anno 1001 quando l'imperatore Ottone III
donò una metà del territorio tra l'Isonzo, il Vipacco (Ysontium et Wipaum) e il ruscello
di Vrtovin fino alle Alpi alla chiesa di Aquilea e al suo patriarca Giovanni IV e
laltra, che comprendeva metà del Castello di Salcano (Solkan) con la metà di tutte
le case e i possedimenti del villaggio e la metà di tutte le case e i possedimenti di
Gorizia e di altri paesi al conte friulano Werihen. La prima parte è stata donata il 28
aprile 1001 a Ravenna, mentre la seconda il 27 ottobre dello stesso anno a Pavia. In uno
dei pertinenti documenti di allora sta scritto: "...medietatem unius castelli quod
dicitur Siliganum ed medietatem unius ville que Sclavorum lingua vocatur Goriza, nec non
medietatem omnium domorum vinearum... nec non omnium rerum quas in illis predictis locis
Syligano atque Goriza vel in finibus locorum que sunt inter Ysoncium et Wipaum et Ortaona
atque iuga alpium, prout iuste et legaliter possumus, cum nominatis finibus predicte
Aquilegiensi ecllesie atque rectori aius Johanni patriarche suisque successoribus per
huius imperialis precepti paginam donamus...." ... quod nos interventu
Hottonis nostri amabili[s] ducis fid[eli nostro Uueri]hen comiti dedimus medietatem predii
quod Johanni venerabili patri[ar]ch[ae Aquilegiensi hoc an]no contulimus, Sil[i]k[a]no
[et] Gorza nuncupatum. Donamus quidem memorato Uuerihen comiti medietatem prescripti
predii et omnium attin[e]ntium eius....
Nel corso del XIII. secolo la Contea di Gorizia acquisiva gradualmente la forma giuridica
di stato feudale, subordinata direttamente all'Imperatore. Da Signoria feudale diventò
una pubblica istituzione giuridica alla quale nell'anno 1360 veniva confermato lo status
legale di Contea con tutti i diritti pertinenti. I Conti di Gorizia coniavano moneta
propria, ancor prima esercitavano il supremo potere legislativo e giudiziario,
dichiaravano la guerra e trattavano la pace e concedevano i feudi. Il fiume Isonzo era
allora un punto di conflitti continui perché sia l'una che l'altra parte ne rivendicavano
il predominio. Nell'anno 1521 con la pace di Worms si formava la cosiddetta frontiera tra
la Repubblica Serenissima e lo stato Absburgico che rimase inalterata fino alla fine della
I. guerra mondiale nel 1918. Il Goriziano era, durante tutti i secoli passati, patria
comune degli Italiani, Friulani e Sloveni.
Dopo questo breve accenno alla storia che conferma l'unità storica del Goriziano,
possiamo con maggior chiarezza rivedere alcuni aspetti di questo territorio che si è
trovato alla fine degli anni 40' diviso da un confine interstatale.
Sembra che Gorizia non si sia mai ripresa dallo squilibrio subito dai cambiamenti
territoriali nel periodo postbellico e sembra che, con lo scorrere degli anni, sia giunta
ad essere una tra le zone meno dinamiche della regione Friuli Venezia - Giulia.
Ci si pone come interrogativo anche quello della sua centralità, essendosi trovata
Gorizia in una situazione di confronto assoluto con altri centri urbani della provincia
quali Monfalcone e Gradisca. La dinamica dello sviluppo urbano è decelerata non
manifestando alcun segno di espansione all'interno del suo nucleo, e altrettanto vale per
la sua zona periferica che non manifesta segni di vitalità che potrebbero confermare un
oggettivo indice di espansione e di crescita (Bergnach , Stranj, 1989).
Nova Gorica, sorta per colmare il vuoto di un centro tolto al suo retroterra, seppe in un
certo periodo del suo sviluppo avvalersi delle possibilità e dei vantaggi offerti dalla
sua specifica posizione confinaria.
In tale ambito completava con maggiore o minore intensità e sistematicità le sue
strutture urbane allargando la propria periferia e iniziando un graduale processo di
deurbanizzazione.
Negli studi relativi allo sviluppo urbanistico coordinato delle aree di confine di Gorizia
e Nova Gorica, Angellillo e i suoi collaboratori (.....) ci hanno fornito un'interessante
interpretazione del confine e dello sviluppo delle due città. Angellillo sostiene che i
progetti di sviluppo nel periodo postbellico erano concepiti su principi funzionali basati
su una cultura urbanistica che si riferiva al concetto di "zonazine" (sul
modello dell'inglese zoning) e sui principi e ideali della " Ville
Nouvelle" in Slovenia. Tale approccio utilizzato per affrontare lo sviluppo
urbanistico di Gorizia significava allora un allontanamento dai concetti fondamentali di
sviluppo della città prima della II. guerra mondiale, ossia lo sviluppo delle due città
non seguiva più gli elementi morfologici naturali (p.e. proposte di circonvallazioni non
realizzabili nelle condizioni di confronti tra i due sistemi politici).
Il confronto di indici statistici relativi ai movimenti demografici e di alcuni indici
socio-economici all'inizio degli anni 90' confermano che entrambe le città erano soggette
ad una indifferenziata dinamica evolutiva. Che cosa ci dicono questi stessi indici al
giorno d'oggi?
Non è mia intenzione valutare i singoli fatti che negli ultimi anni, in un modo o
nell'altro e dai più svariati punti di vista, hanno contribuito ad un possibile ristagno
o addirittura alla retrocessione dello sviluppo di Gorizia e Nova Gorica. Nell'ottica
delle nuove realtà che interessano sia l'Italia che la Slovenia e l'Europa, sono certo,
che le esperienze del passato vanno fruttuosamente collocate nella nostra coscienza e nel
nostro operato e che dobbiamo creare delle nuove visioni di sviluppo atte ad avvantaggiare
le regioni di confine ed in particolare le nostre due città.
Ritengo inoltre doveroso porsi alcune domande globali e fondamentali che da un lato
riguardano noi stessi e dall'altro sono profondamente legate alle strutture dello stato
che sono frequentemente conservative e statiche ma che hanno potere decisionale
determinante.
A questo punto dovremmo chiederci:
Volendo ottenere risposte valide ai
predetti quesiti e volendo pianificare con serietà lo sviluppo delle nostre città,
ciascuna per se stessa oppure insieme, si renderebbe necessario disporre dei risultati di
ricerche attuali e multidisciplinari, simili a quelle svolte nei primi anni 80' dal
I.S.I.G. di Gorizia.
La realtà di Nova Gorica è oggi caratterizzata da un progressivo isolamento che ha
determinato un declino strutturale, accentuatosi con la recente congiuntura politica
internazionale, che oggi affida al confine un senso diverso da quello degli anni
precedenti. Nova Gorica è una piccola città provinciale alla periferia occidentale della
Slovenia che negli ultimi anni sta perdendo la sua dinamica, che non richiama gli
interessi dei concittadini Sloveni né in campo economico, né in campo scientifico o
culturale. La città è marginale rispetto alle rotte commerciali orientate verso le
comunicazioni stradali tra Maribor, Lubiana e Trieste. A Nova Gorica ci si deve andare
appositamente per qualche motivo. Nova Gorica si distingue però per un alto richiamo
turistico collegato con le attività ricreative dei suoi Casinò, ai quali affluisce
prevalentemente un vasto pubblico italiano residente nelle zone adiacenti al confine.
Il quadro che emerge dagli ultimi dati pubblicati è preoccupante: alla perdita graduale
di importanti istituzioni si aggiunge un progressivo decremento occupazionale (seppure
più basso che in altre regioni slovene), la confermata deindustrializzazione,
l'insicurezza dei piccoli imprenditori afflitti da alti oneri fiscali generali e
particolari e incapaci di fronteggiare nuovi investimenti, la perdita della capacità
commerciale sostenuta dalla presenza del confine. A questi fattori si aggiunge una
relativa, ma costante e preoccupante emigrazione della forza di lavoro specializzata ed
intellettuale verso aree slovene "centrali" o all' estero il che di fatto
contribuisce al fenomeno di impoverimento della base culturale della città e della sua
regione, disperdendo invece di richiamare, una notevole potenzialità di sviluppo nei
settori innovativi dell'imprenditoria, delle comunicazioni, dell'educazione e della
scienza, ed in fondo riducendo la dinamica sociale.
Le prospettive di risoluzione non sembrano costruibili in breve, soprattutto per la
carenza di risorse umane e finanziarie locali che possano creare le condizioni per un
rilancio delle attività imprenditoriali, culturali ed educazionali.
Con accorato sgomento devo constatare che negli ultimi anni Nova Gorica ha dimostrato una
scarsa capacità di porsi come soggetto attivo nella politica di contrattazione delle
decisioni politiche, economiche, amministrative ed educative e delle scelte territoriali
che la riguardavano. I fatti cruciali della sua vita sono stati decisi altrove e in
generale senza che siano prese in considerazione le argomentazioni locali.
Nova Gorica si trova, a mio avviso, in prossimità di una svolta decisiva il suo futuro.
Per una strana coincidenza tra la politica internazionale, nazionale e quella locale, la
cittadinanza ha l'opportunità di incidere, forse per la prima volta in modo determinante,
sul futuro sviluppo della propria città senza attendere che gli eventi internazionali e
nazionali mostrino i loro effetti devastanti sul tessuto locale e regionale, per lo più
impreparato alle scarse sollecitazioni esterne. Bisogna opporsi ai sintomi della perdita
di coscienza collettiva sull'uso della città e della regione adiacente, della capacità
di valutare la qualità della vita e dello spazio, alla delega delle principali decisioni
riguardo gli interessi comuni agli organi competenti statali o ai partiti politici.
Un ampio dibattito locale, che stenta a decollare sia nelle sedi politiche e
istituzionali, sia nell'ambito della vita sociale, dovrebbe lanciare e sostenere una
nuova, convincente e condivisa idea della città e della sua regione decidendo su quali
attività principali puntare. In questo dibattito dovrebbe essere posta massima attenzione
ad un dialogo costruttivo con Gorizia tenendo presenti le grandi opportunità della sua
vicinanza e basandosi sul concetto di apertura ad un sviluppo economico e culturale
territoriale coordinato e complementare.
A questo punto vorrei tentare di esprimere il mio giudizio per quanto concerne lo scenario
di sviluppo di Nova Gorica comparato con lo sviluppo di Gorizia nel prossimo decennio.
Ritengo perciò necessario collocare le due città in un'area più vasta ossia nella
regione situata lungo il confine.
L'area di confine costituisce un esempio di periferia in cui la vita economica e sociale
è notevolmente influenzata dal confine stesso ossia dal grado di centralizzazione
istituzionale e politica, dal grado di integrazione nell'economia di stato delle singole
aree di confine, dal loro sviluppo regionale, dal grado di attrazione economica di tutta
la regione di confine, dal grado di sviluppo economico dei due paesi confinanti e dal
grado di stabilità politica dei due paesi che possono contribuire al grado di apertura
del confine. Il carattere periferico si riflette attraverso tre aspetti della vita
sociale: politico, economico e culturale, mentre nei confronti del centro emergono la
distanza, la diversità e la dipendenza. Tentando di comparare i suddetti aspetti di
queste aree lungo il confine si potrebbe senz'altro riscontrare dei parallelismi.
Per Nova Gorica e la sua regione, possiamo confermare senza esitazioni la preoccupazione
che la città stia gradualmente perdendo la propria autonomia cedendola alle istituzioni
di "stato", e detto in parole povere, ciò significa che i poteri e l'autorità
della città e del suo retroterra sono de facto e de jure regolati e
subordinati ai poteri del Centro. Si può allora capire che si fanno sentire sempre più
intensamente le tendenze di decentramento dei poteri che significa l'affermazione e la
maggior possibilità di manifestare e di realizzare gli interessi locali e regionali. Le
richieste così definite in un periodo di globalizzazione politica, economica e culturale
si possono definire come "opposizione al potere centrale e perdita del centro" e
affermazione dell'autonomia dell'amministrazione locale e regionale come valori
fondamentali di democrazia nella difesa dagli interventi del potere centrale.
Come esempio di potere decisionale centralizzato vorrei menzionare le tendenze secondo le
quali la Slovenia sarebbe divisa in tre regioni. Il territorio annesso dopo la II. guerra
mondiale costituirebbe una Regione con Capodistria come capitale. L'ipotesi di
una possibile costituzione di tale regione (Litorale) significa l'istituzione di un
sistema gerarchico intermedio tra il centro e le regioni, una manifestazione coercitiva di
aree di identità economiche e culturali completamente diverse e d'altronde, a livello
delle regioni, l'affermazione di interessi di una regione (Istria slovena) a scapito di
altre.
Noi del FORUM ZA GORIKO diamo ampio supporto allo sviluppo policentrico e ci
opponiamo fermamente alle tendenze di qualsiasi partito politico (ivi compreso anche il
partito Zveza za Primorsko/ Unione pro Litorale) di istituire un'unità amministrativo -
gerarchica a tre gradi. Da rilevare che il potere centrale, dalle sue posizioni di
autorità e di potere, offre de facto e in modo illegittimo il proprio
supporto ad alcune tendenze volte a realizzare tale divisione (p.e. trasferimento di
singole istituzioni a Capodistria).
Il FORUM difende l'integrità del Goriziano nel suo quadro storico e vuole incrementare i
legami con il Goriziano di oltre confine, vale a dire, professa lo spirito di apertura
regionale transfrontaliera per conseguire un alto grado di integrazione delle due entità
attualmente separate ed autonome che nel passato costituivano un'entità unita.
Sono persuaso che sarebbe utile concepire congiuntamente una politica di sviluppo delle
due aree di confine, inserire in questi processi le due città che dovrebbero ridefinire
la propria identità economica e culturale all'interno della propria organizzazione
regionale esistente o futura che sia, onde poter sfruttare al massimo le risorse offerte
dall'ambiente.
L'ingresso della Slovenia nel sistema economico della UE toglierà le connotazioni
ideologiche del confine modificandolo in un semplice confine amministrativo. Alle aree
più vaste ai due lati del confine verranno restituite le loro dimensioni storiche
permettendo maggior fluidità di tutti i rapporti ed integrazioni più complete. La
pianificazione coordinata e complementare dello sviluppo economico, sociale e culturale
integrata allo sfruttamento di tutte le potenziali risorse delle aree più vaste del
territorio rappresenterebbe indubbiamente un'ottima base di fronte alla realtà del
mercato comune europeo.
Il confine, ieri ancora una linea di divisione, si presenta oggi come una nuova
opportunità per l'istituzione di nuove dimensioni qualitative, sia a livello regionale
che a livello locale. Forse questo dovrebbe significare che ognuna delle due città
rappresenti per sé stessa "una metà" del problema o "un'entità"
completa? Quest'entità ebbe la sua crescita per oltre mille anni, grazie alla sua
posizione alla confluenza dei fiumi Isonzo e Vipacco, che prese gran respiro perché
alimentata dalla freschezza del bosco di Trnovo, e ancora grazie al mare e ai canali
navigabili fino alla metà di quest'area, grazie alle pianure che davano pane. Con
l'incontrarsi delle genti che per secoli provenivano da ogni parte, ci siamo abituati a
convivere e assumere atteggiamenti cosmopoliti.
Mi chiedo se forse non è giunto il tempo di una vita attiva priva di egoismi, all'insegna
dell'altruismo e della solidarietà. Se ho ragione, la risposta è chiara e le
possibilità di riuscire sono più che ovvie. Dalla nostra ottica non dobbiamo perdere la
visione del mondo globalizzato che si manifesta attraverso lo scambio libero di merci, di
persone e di informazioni dalle più svariate aree geografiche. Ed è proprio a Gorizia
che si trova tutto ciò. Mi impegno per lo spirito di apertura senza timori, per il
consolidamento del filone filosofico di apertura regionale. Se vogliamo conseguire lo
sviluppo per cui vale la pena di rischiare, dobbiamo creare una regione di collaborazione
transfrontaliera.
Mi appoggio nelle mie idee alla "Convenzione - Quadro Europeo sulla cooperazione
transfrontaliera delle collettività o autorità territoriali", varata dal Consiglio
d'Europa in data 21 maggio 1980 a Madrid e ratificata dal parlamento italiano il 19
settembre 1984. Secondo le premesse di tale documento, il confine tra l'Italia e la
Slovenia è destinato a diventare un fattore di stabilità, un esempio di collaborazione,
una storia di successo tra un'ex paese socialista in transizione e lo stato della
Repubblica Italiana.
L'area di confine costituiva oggetto di vari accordi tra paesi che oggi svolgono un ruolo
importante nel regolare i rapporti tra la Slovenia e l'Italia e per il consolidamento
della convivenza e la pace duratura. È da menzionare che a tale fine sono stati destinati
dall'Unione Europea fondi speciali.
Nel mio contributo ho tentato di illustrare ed analizzare alcuni fatti inerenti a Gorizia
e Nova Gorica. Questa mia iniziativa è stata promossa per il fatto di un particolare
interesse da parte mia per lo sviluppo delle due società e delle aree a loro inerenti. Ed
è questo il motivo del mio sincero entusiasmo per le attività e per le iniziative che
stanno prendendo respiro negli ultimi anni. Tre anni fa si è svolto un importante
incontro dei sindaci delle aree di confine il cui obiettivo era la collaborazione
transfrontaliera. Nell'anno successivo l'Università di Trieste, l'Istituto di Sociologia
Internazionale di Gorizia e la Sezione italiana dei comuni e regioni europei hanno
organizzato la Conferenza Internazionale "Frontiere nelle città, città senza
frontiere". In quella sede è stata varata la Carta di Gorizia, presentata all'Unione
Europea, al Consiglio d'Europa, ai governi nazionali e al Consiglio dei Comuni e Regioni
d'Europa. Il documento contiene la richiesta di conferire alle città confinarie lo
"status speciale" per incentivare la massima collaborazione reciproca e la
ricerca delle migliori soluzioni attinenti a tutti i problemi delle comunità confinarie.
Recentemente l' I.S.I.G. ha concepito il progetto GIANO che prevede le possibilità di
sviluppo sociale ed economico del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e della Slovenia. Di
particolare interesse è il concetto di collaborazione transfrontaliera da sviluppare tra
Gorizia e Nova Gorica da una parte e Trieste e Capodistria d'altra.
L'Unione Europea ha conferito mediante contratto all'Istituto ASTER di Bologna il
coordinamento nell'ambito del progetto PHARE di tutti i progetti pertinenti alla
collaborazione tra L'Italia e la Slovenia. Da questi brevi accenni possiamo presupporre
una continua crescita delle attività indirizzate verso lo sviluppo delle aree e città
confinarie e verso la collaborazione transfrontaliera a tutti i livelli sociali. Il mio
grande augurio è che tale operato porti i suoi frutti a favore delle generazioni
presenti, ma soprattutto di quelle future, destinate a convivere nell'ambiente sociale
confinario.
BIBLIOGRAFIA
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Estratto da:
NUOVA INIZIATIVA ISONTINA
n. 2 - Settembre 1997 - Secondo Quadrimestre 1997