UNA RETE ARRUGGINITA?

di Flavio Flamio

 

1. Quale “nuova Europa”?

È ormai opinione unanime che vivere su una linea di confine rappresenti una opportunità da valorizzare al meglio. Quel simulacro di rete metallica che ancora divide i Paesi, in special modo dopo l’apertura verso l’Est, non viene più vissuta in quanto fattore di emarginazione, come avveniva ai tempi della guerra fredda, bensì rappresenta uno stimolo ad individuare nuove possibilità di incontro e di scambio tra persone, economie e culture.
La conferma, in questo senso, viene fornita dall’approfondito studio di Moreno Zago che, per l’ISIG, ha condotto un’intervista sui sindaci delle più rappresentative città a cavallo del confine tra l’Unione Europea e l’ex Europa Orientale.
Il risultato che complessivamente emerge, però, al di là dell’ottimismo di maniera, impone la necessità di un’ulteriore riflessione relativamente al grado ed alla misura delle reciproche aspettative. Dalle risposte fornite si trae l’impressione, infatti, che la prospettiva della caduta di quella residua rete metallica venga vissuta ed interpretata più come l’opportunità di creare un’area omogenea per interessi storici, culturali, ambientali, piuttosto che come una questione di più ampia portata, che interessa le reciproche nazioni (o, come vedremo, i corrispondenti assetti istituzionali) e non soltanto regioni transfrontaliere ben determinate. È certamente lodevole, e per certi versi anche comprensibile, che gli amministratori locali vedano le positive evoluzioni offerte dal processo di unificazione; ma è certamente erroneo ed antistorico se si volesse ridurre la “nuova Europa” ad un collage di “nuovi regionalismi”. Non vi è nulla di più distante dal concetto di unione europea quanto l’ipotizzare la creazione di ulteriori enclavi, forse anche giustificate da obiettive ragioni storiche, etniche e culturali, ma che rappresentano in buona sostanza delle vere e proprie zone franche infracomunitarie. La libera circolazione di persone, merci e capitali - il grande obiettivo del Trattato - non lo può e non lo deve consentire.
Chi scrive non appartiene al novero di coloro che considerano l’Unione esclusivamente come un più ampio mercato in grado di contrastare lo strapotere delle aree del dollaro e dello jen. Sarebbe riduttivo limitarsi a ciò: il mercato unico è un mezzo per giungere alla completa unificazione, ma non certo può considerarsi esso stesso scopo finale. Tuttavia con questa importante esigenza bisogna fare i conti, in quanto elemento indispensabile e vero banco di prova della genuina vocazione europeistica. Sta in questo aspetto, più complesso di quanto non si creda, la tappa fondamentale di avvicinamento alla meta.
Il problema è abbastanza noto: i Paesi ultimi entrati non hanno creato particolari difficoltà dal punto di vista della loro situazione economica, ma già con i primi cinque dell’ex blocco dell’Est (Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia e Slovenia), che solo di recente si sono aperti alla libera economia, la prospettiva cambia radicalmente. Dando per scontate le garanzie di tipo politico - istituzionale da parte dei rispettivi Governi - ma che dipendono in buona sostanza da mere manifestazioni di volontà - quale potrà essere invece la risposta che il cosiddetto settore reale, quello dell’economia, potrà fornire alle precise richieste comunitarie? Ben vero è che tutti tali Paesi, dagli inizi degli anni ‘90, hanno impresso una sostanziale accelerata a processi tutto sommato già in atto, tendenti ad introdurre elementi di liberismo in un sistema che comunque rimane fortemente protettivo e dirigistico. E’ realistico credere che una dozzina d’anni - tale è il lasso di tempo tra la caduta del Muro e l’ingresso previsto per il 2003 dei primi cinque Paesi- sia un termine sufficiente a riassestare un sistema che per decenni a tutto ha pensato, tranne che ad impostare una contabilità di bilancio ?


2. Quale Slovenia?

Nel lotto dei candidati ad entrare, certamente la Slovenia occupa una posizione di privilegio. È di dimensioni piuttosto piccole e può vantare, non da oggi, un sistema produttivo e di interrelazioni economiche equilibrato, con alcune punte di assoluta eccellenza. Vive su una certa stabilità politica e monetaria, e l’alto tasso di disoccupazione è certamente alterato dalla presenza di una consistente fascia di lavoro sommerso. Ciononostante la Slovenia, per il momento dell’adesione, ha già ottenuto, in base al Trattato di Associazione, lo status di Area Obiettivo 1, in quanto in grave ritardo di sviluppo. Assieme ad essa anche le altre nazioni godranno di tale possibilità, che oggi è appannaggio esclusivo di circa un quarto della popolazione dei quindici paesi membri. Ciò significa, allo stato attuale delle cose, che con il 2003 si verificherà uno spostamento netto di risorse finanziarie da Grecia, Portogallo Sud Italia e Scozia (solo per citare alcune zone) verso i nuovi arrivati. Riteniamo realistico prevedere che il principio di coesione, possa, per la prima volta nella sua storia, intervenire in misura talmente massiccia nei confronti di nuove aree ed a discapito di quelle più tradizionali? La speranza è che, nei cinque anni che ancora mancano, il processo di avvicinamento sostanziale ai parametri medi europei possa continuare su ritmi sostenuti tali da rendere transitoria e ridurre al minimo possibile questa fase di forti agevolazioni. Per intanto questi Paesi potranno contare sui programmi mirati all’integrazione con le aree confinarie (Interreg e Phare-Crossborder); successivamente - come detto - diventeranno Aree Obiettivo 1 e poi, con tutta probabilità, Aree Obiettivo 2; ma a questo punto il loro processo di uniformazione alle regole europee dovrà essere completato. Questo è il minimo onere che i partner imporranno, considerata la disponibilità a sacrifici nei confronti delle aree deboli interne alla comunità stessa.
La Slovenia, come gli altri, ma non certo in misura maggiore, deve ancora completare questo difficile percorso. Deve, in primo luogo, dare un preciso quadro di riferimento normativo agli operatori economici esteri, poiché non è pensabile, nel sistema globale, che le sole incentivazioni finanziarie rappresentino l’elemento determinante nella scelta dell’investitore. Deve scegliere quale modello di sviluppo perseguire, probabilmente puntando sui settori ritenuti strategici rispetto alle proprie capacità ed al proprio patrimonio di risorse, comprese quelle intellettuali. Dovrà anche riconvertire la struttura della Pubblica Amministrazione e dei servizi del terziario, ma soprattutto dovrà intervenire in misura massiccia per riqualificare gli operatori del settore privato, partendo dalla classe manageriale fino a quella operaia. Sono elementi sui quali riflettere, anche perché la loro mancanza è una delle cause della riscontrata diminuzione di investimenti dall’estero.


3. Quale progetto per Gorizia?

Per abitudine e per tradizione, invece, la fascia slovena confinaria a noi più prossima è quella che tende a possedere integralmente tali requisiti e tale fatto rappresenta - questo sì - un’opportunità di non poco conto. Altro è operare con partner ancora troppo distanti nei loro comportamenti, altro invece è avere a che fare con chi in qualche modo è abituato a ragionare nella stessa sintonia, condividendo obiettivi e strumenti idonei a raggiungerli. Da troppo tempo le due comunità di interessi si sono abituate ad operare unitariamente, per temere che non siano in grado anche di impostare un comune progetto, oggi a cavallo del confine, ma che domani rappresenterà patrimonio di tutta l’Unione Europea.
Tale programma, oggi abbozzato in embrione, si basa su quattro filoni principali. Di essi, quello relativo alle infrastrutture è certamente il più strategico e meglio definito nei connotati operativi, poiché da lungo tempo si trova in fase di gestazione. Suo obiettivo è quello di trasformare una area attrezzata come zona confinaria (l’attuale Autoporto) in un centro emporiale, di traffico, di logistica e di scambi, in un’ottica di terminal interno al territorio comunitario. La “risorsa confine”, con le sue ricadute (dogana, import export, spedizioni, trasporti), non è quindi destinata a scomparire, come accaduto ad esempio a Pontebba, ma deve verrà riconvertita su nuovi programmi che tengano conto di tutta una serie di professionalità ormai acquisite ai massimi livelli. Si sta pensando quindi ad un importante centro di smistamento dei traffici e degli scambi, compresa una sorta di “borsa del trasporto”, che potrà contare a proprio supporto sia su metodologie informatiche ad hoc, sia su nuovi strumenti finanziari, ora allo studio del sistema bancario. E’ ovvio che, all’interno del sistema, la spinta verso l’intermodalità gomma-rotaia avrà un impulso determinante, così come le sinergie col porto di Monfalcone e l’aeroporto di Ronchi.
Dal punto di vista industriale, invece, l’operazione ipotizzata si rivolge verso due direttrici. Da un lato l’attrazione di nuova imprenditorialità, al fine di rafforzare un tessuto economico che, come detto, con l’ingresso della Slovenia sconterà negativamente le agevolazioni all’investimento concesse a quel Paese. Parallelamente è allo studio anche una misura specifica per i settori interessati al trasporto, al fine di facilitarne l’adeguamento alle nuove metodologie operative viste più sopra. Per altri versi, una misura particolare è poi rivolta al potenziamento del BIC, incubatore d’impresa che finora ha dato ottimi risultati nel panorama locale. La prossima scommessa sarà quella di dotarlo di capacità attrattiva anche nei confronti di imprese miste.
Allo studio, infine, vi sono altre due misure, caratterizzate da una certa originalità di impostazione, non disgiunta da buone probabilità di ricadute economiche. In primis un progetto turistico - culturale, tendente a rivalutare le risorse storiche, compresi i percorsi della I Guerra Mondiale, in abbinamento ai luoghi ed alle caratteristiche proprie della nostra terra.
La transfrontalierità su cui si basa il programma dimostra esplicitamente come si voglia ragionare in termini di unico territorio e di unica risorsa, comune alle genti. Tale caratteristica viene ulteriormente esaltata nella seconda misura che, per certi versi, si propone di unire - direi fisicamente - le due città contrapposte, ipotizzando l’instaurazione e la gestione comune di servizi a rete che interessano il territorio, complessivamente inteso. Va da sé che, accanto alle risorse idriche, piuttosto che a quelle correlate al trasporto pubblico, si apre il grosso capitolo relativo all’ambiente, aspetto - anche questo - da approcciare con un’ottica comune. Il risanamento delle acque che attraversano i territori godrà certamente di una considerazione prioritaria, ma si è già iniziato a porre in discussione il grave problema relativo alla presenza dell’amianto. Quest’ ultimo, prodotto in gran quantità nella cementeria di Ankovo, è stato utilizzato copiosamente sia a Nova Gorica come a Gorizia ed ha rappresentato la causa prima di un abnorme diffusione di patologie specifiche. La capacità di misurarsi anche - e forse soprattutto - rispetto a questa situazione, rappresenterà una delle prove determinanti per misurare quanto sia forte la volontà di operare assieme.
In merito ai canali da seguire per ottenere il finanziamento pubblico (europeo e statale) necessario al supporto di tutti i progetti, il comune di Gorizia ha creato una task force, con il compito di predisporre gli elaborati da tramitare attraverso i soggetti incaricati di trasformarli in precise istanze. La volontà politica esiste, ed è stata espressa con risoluzione del Parlamento Europeo nella seduta dell’ottobre 1996, dal Governo Italiano tramite la “Carta per Gorizia”, e dalla Conferenza dei Sindaci delle zone di Confine. Essa rappresenta il presupposto indispensabile al decollo del progetto, ma non sarà sufficiente ove dovesse mancare la spinta delle componenti economiche e sociali della città, che finora si sono dimostrate la vera carta vincente per abbattere nei fatti una rete metallica, ormai troppo arrugginita.


Estratto da:
NUOVA INIZIATIVA ISONTINA
n. 2 - Settembre 1997 - Secondo Quadrimestre 1997


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