di Flavio Flamio
1. Quale nuova Europa?
È ormai opinione unanime che vivere su una
linea di confine rappresenti una opportunità da valorizzare al meglio. Quel simulacro di
rete metallica che ancora divide i Paesi, in special modo dopo lapertura verso
lEst, non viene più vissuta in quanto fattore di emarginazione, come avveniva ai
tempi della guerra fredda, bensì rappresenta uno stimolo ad individuare nuove
possibilità di incontro e di scambio tra persone, economie e culture.
La conferma, in questo senso, viene fornita dallapprofondito studio di Moreno Zago
che, per lISIG, ha condotto unintervista sui sindaci delle più
rappresentative città a cavallo del confine tra lUnione Europea e lex Europa
Orientale.
Il risultato che complessivamente emerge, però, al di là dellottimismo di maniera,
impone la necessità di unulteriore riflessione relativamente al grado ed alla
misura delle reciproche aspettative. Dalle risposte fornite si trae limpressione,
infatti, che la prospettiva della caduta di quella residua rete metallica venga vissuta ed
interpretata più come lopportunità di creare unarea omogenea per interessi
storici, culturali, ambientali, piuttosto che come una questione di più ampia portata,
che interessa le reciproche nazioni (o, come vedremo, i corrispondenti assetti
istituzionali) e non soltanto regioni transfrontaliere ben determinate. È certamente
lodevole, e per certi versi anche comprensibile, che gli amministratori locali vedano le
positive evoluzioni offerte dal processo di unificazione; ma è certamente erroneo ed
antistorico se si volesse ridurre la nuova Europa ad un collage di nuovi
regionalismi. Non vi è nulla di più distante dal concetto di unione europea quanto
lipotizzare la creazione di ulteriori enclavi, forse anche giustificate da obiettive
ragioni storiche, etniche e culturali, ma che rappresentano in buona sostanza delle vere e
proprie zone franche infracomunitarie. La libera circolazione di persone, merci e capitali
- il grande obiettivo del Trattato - non lo può e non lo deve consentire.
Chi scrive non appartiene al novero di coloro che considerano lUnione esclusivamente
come un più ampio mercato in grado di contrastare lo strapotere delle aree del dollaro e
dello jen. Sarebbe riduttivo limitarsi a ciò: il mercato unico è un mezzo per giungere
alla completa unificazione, ma non certo può considerarsi esso stesso scopo finale.
Tuttavia con questa importante esigenza bisogna fare i conti, in quanto elemento
indispensabile e vero banco di prova della genuina vocazione europeistica. Sta in questo
aspetto, più complesso di quanto non si creda, la tappa fondamentale di avvicinamento
alla meta.
Il problema è abbastanza noto: i Paesi ultimi entrati non hanno creato particolari
difficoltà dal punto di vista della loro situazione economica, ma già con i primi cinque
dellex blocco dellEst (Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia e Slovenia), che
solo di recente si sono aperti alla libera economia, la prospettiva cambia radicalmente.
Dando per scontate le garanzie di tipo politico - istituzionale da parte dei rispettivi
Governi - ma che dipendono in buona sostanza da mere manifestazioni di volontà - quale
potrà essere invece la risposta che il cosiddetto settore reale, quello
delleconomia, potrà fornire alle precise richieste comunitarie? Ben vero è che
tutti tali Paesi, dagli inizi degli anni 90, hanno impresso una sostanziale
accelerata a processi tutto sommato già in atto, tendenti ad introdurre elementi di
liberismo in un sistema che comunque rimane fortemente protettivo e dirigistico. E
realistico credere che una dozzina danni - tale è il lasso di tempo tra la caduta
del Muro e lingresso previsto per il 2003 dei primi cinque Paesi- sia un termine
sufficiente a riassestare un sistema che per decenni a tutto ha pensato, tranne che ad
impostare una contabilità di bilancio ?
2. Quale Slovenia?
Nel lotto dei candidati ad entrare,
certamente la Slovenia occupa una posizione di privilegio. È di dimensioni piuttosto
piccole e può vantare, non da oggi, un sistema produttivo e di interrelazioni economiche
equilibrato, con alcune punte di assoluta eccellenza. Vive su una certa stabilità
politica e monetaria, e lalto tasso di disoccupazione è certamente alterato dalla
presenza di una consistente fascia di lavoro sommerso. Ciononostante la Slovenia, per il
momento delladesione, ha già ottenuto, in base al Trattato di Associazione, lo
status di Area Obiettivo 1, in quanto in grave ritardo di sviluppo. Assieme ad essa anche
le altre nazioni godranno di tale possibilità, che oggi è appannaggio esclusivo di circa
un quarto della popolazione dei quindici paesi membri. Ciò significa, allo stato attuale
delle cose, che con il 2003 si verificherà uno spostamento netto di risorse finanziarie
da Grecia, Portogallo Sud Italia e Scozia (solo per citare alcune zone) verso i nuovi
arrivati. Riteniamo realistico prevedere che il principio di coesione, possa, per la prima
volta nella sua storia, intervenire in misura talmente massiccia nei confronti di nuove
aree ed a discapito di quelle più tradizionali? La speranza è che, nei cinque anni che
ancora mancano, il processo di avvicinamento sostanziale ai parametri medi europei possa
continuare su ritmi sostenuti tali da rendere transitoria e ridurre al minimo possibile
questa fase di forti agevolazioni. Per intanto questi Paesi potranno contare sui programmi
mirati allintegrazione con le aree confinarie (Interreg e Phare-Crossborder);
successivamente - come detto - diventeranno Aree Obiettivo 1 e poi, con tutta
probabilità, Aree Obiettivo 2; ma a questo punto il loro processo di uniformazione alle
regole europee dovrà essere completato. Questo è il minimo onere che i partner
imporranno, considerata la disponibilità a sacrifici nei confronti delle aree deboli
interne alla comunità stessa.
La Slovenia, come gli altri, ma non certo in misura maggiore, deve ancora completare
questo difficile percorso. Deve, in primo luogo, dare un preciso quadro di riferimento
normativo agli operatori economici esteri, poiché non è pensabile, nel sistema globale,
che le sole incentivazioni finanziarie rappresentino lelemento determinante nella
scelta dellinvestitore. Deve scegliere quale modello di sviluppo perseguire,
probabilmente puntando sui settori ritenuti strategici rispetto alle proprie capacità ed
al proprio patrimonio di risorse, comprese quelle intellettuali. Dovrà anche riconvertire
la struttura della Pubblica Amministrazione e dei servizi del terziario, ma soprattutto
dovrà intervenire in misura massiccia per riqualificare gli operatori del settore
privato, partendo dalla classe manageriale fino a quella operaia. Sono elementi sui quali
riflettere, anche perché la loro mancanza è una delle cause della riscontrata
diminuzione di investimenti dallestero.
3. Quale progetto per Gorizia?
Per abitudine e per tradizione, invece, la
fascia slovena confinaria a noi più prossima è quella che tende a possedere
integralmente tali requisiti e tale fatto rappresenta - questo sì - unopportunità
di non poco conto. Altro è operare con partner ancora troppo distanti nei loro
comportamenti, altro invece è avere a che fare con chi in qualche modo è abituato a
ragionare nella stessa sintonia, condividendo obiettivi e strumenti idonei a raggiungerli.
Da troppo tempo le due comunità di interessi si sono abituate ad operare unitariamente,
per temere che non siano in grado anche di impostare un comune progetto, oggi a cavallo
del confine, ma che domani rappresenterà patrimonio di tutta lUnione Europea.
Tale programma, oggi abbozzato in embrione, si basa su quattro filoni principali. Di essi,
quello relativo alle infrastrutture è certamente il più strategico e meglio definito nei
connotati operativi, poiché da lungo tempo si trova in fase di gestazione. Suo obiettivo
è quello di trasformare una area attrezzata come zona confinaria (lattuale
Autoporto) in un centro emporiale, di traffico, di logistica e di scambi, in
unottica di terminal interno al territorio comunitario. La risorsa
confine, con le sue ricadute (dogana, import export, spedizioni, trasporti), non è
quindi destinata a scomparire, come accaduto ad esempio a Pontebba, ma deve verrà
riconvertita su nuovi programmi che tengano conto di tutta una serie di professionalità
ormai acquisite ai massimi livelli. Si sta pensando quindi ad un importante centro di
smistamento dei traffici e degli scambi, compresa una sorta di borsa del
trasporto, che potrà contare a proprio supporto sia su metodologie informatiche ad
hoc, sia su nuovi strumenti finanziari, ora allo studio del sistema bancario. E
ovvio che, allinterno del sistema, la spinta verso lintermodalità
gomma-rotaia avrà un impulso determinante, così come le sinergie col porto di Monfalcone
e laeroporto di Ronchi.
Dal punto di vista industriale, invece, loperazione ipotizzata si rivolge verso due
direttrici. Da un lato lattrazione di nuova imprenditorialità, al fine di
rafforzare un tessuto economico che, come detto, con lingresso della Slovenia
sconterà negativamente le agevolazioni allinvestimento concesse a quel Paese.
Parallelamente è allo studio anche una misura specifica per i settori interessati al
trasporto, al fine di facilitarne ladeguamento alle nuove metodologie operative
viste più sopra. Per altri versi, una misura particolare è poi rivolta al potenziamento
del BIC, incubatore dimpresa che finora ha dato ottimi risultati nel panorama
locale. La prossima scommessa sarà quella di dotarlo di capacità attrattiva anche nei
confronti di imprese miste.
Allo studio, infine, vi sono altre due misure, caratterizzate da una certa originalità di
impostazione, non disgiunta da buone probabilità di ricadute economiche. In primis un
progetto turistico - culturale, tendente a rivalutare le risorse storiche, compresi i
percorsi della I Guerra Mondiale, in abbinamento ai luoghi ed alle caratteristiche proprie
della nostra terra.
La transfrontalierità su cui si basa il programma dimostra esplicitamente come si voglia
ragionare in termini di unico territorio e di unica risorsa, comune alle genti. Tale
caratteristica viene ulteriormente esaltata nella seconda misura che, per certi versi, si
propone di unire - direi fisicamente - le due città contrapposte, ipotizzando
linstaurazione e la gestione comune di servizi a rete che interessano il territorio,
complessivamente inteso. Va da sé che, accanto alle risorse idriche, piuttosto che a
quelle correlate al trasporto pubblico, si apre il grosso capitolo relativo
allambiente, aspetto - anche questo - da approcciare con unottica comune. Il
risanamento delle acque che attraversano i territori godrà certamente di una
considerazione prioritaria, ma si è già iniziato a porre in discussione il grave
problema relativo alla presenza dellamianto. Quest ultimo, prodotto in gran
quantità nella cementeria di Ankovo, è stato utilizzato copiosamente sia a Nova Gorica
come a Gorizia ed ha rappresentato la causa prima di un abnorme diffusione di patologie
specifiche. La capacità di misurarsi anche - e forse soprattutto - rispetto a questa
situazione, rappresenterà una delle prove determinanti per misurare quanto sia forte la
volontà di operare assieme.
In merito ai canali da seguire per ottenere il finanziamento pubblico (europeo e statale)
necessario al supporto di tutti i progetti, il comune di Gorizia ha creato una task force,
con il compito di predisporre gli elaborati da tramitare attraverso i soggetti incaricati
di trasformarli in precise istanze. La volontà politica esiste, ed è stata espressa con
risoluzione del Parlamento Europeo nella seduta dellottobre 1996, dal Governo
Italiano tramite la Carta per Gorizia, e dalla Conferenza dei Sindaci delle
zone di Confine. Essa rappresenta il presupposto indispensabile al decollo del progetto,
ma non sarà sufficiente ove dovesse mancare la spinta delle componenti economiche e
sociali della città, che finora si sono dimostrate la vera carta vincente per abbattere
nei fatti una rete metallica, ormai troppo arrugginita.
Estratto da:
NUOVA INIZIATIVA ISONTINA
n. 2 - Settembre 1997 - Secondo Quadrimestre 1997