UN PROGETTO PER L’ECOTURISMO SOSTENIBILE ALLA FOCE DELL’ISONZO

Lucio Ceschia - Architetto - Ronchi dei Legionari (GO)
Francesco Marangon - Economista - Università di Udine
Fabio Perco - Naturalista - Sgonico (TS)

Premessa

L’obiettivo generale del presente contributo è quello di proporre una riflessione che faccia emergere, da diversi punti di vista, l’importanza della conservazione delle zone umide costiere in una moderna prospettiva di sviluppo sostenibile. In particolare si propone un progetto di valorizzazione della Riserva naturale regionale della Foce dell’Isonzo, che tende ad affrontare e risolvere i possibili conflitti che la tutela dell’ambiente fluviale può generare con le attività economiche del litorale monfalconese.

Nella fascia costiera compresa tra l’Isola della Cona e il bacino di Panzano, infatti, si sono susseguiti nel tempo diversi progetti di sviluppo turistico legati alla nautica, alla balneazione, allo sport e al tempo libero. La prima idea di creare un polo turistico nel territorio del comune di Staranzano nacque nel 1962 e si concretizzò l’anno seguente nel "Piano di valorizzazione turistica", del quale rimane l’unica vera traccia visibile dello sviluppo a mare di questo Comune: la rete stradale dismessa tra il canale Brancolo e il bosco degli Alberoni. La seconda idea prese forma nel 1968 anno in cui venne elaborato il Piano di lottizzazione "Lido di Staranzano" che interessava l’intera Isola della Cona - il cuore dell’attuale Riserva naturale - e parte dei terreni ad est del canale Quarantia. A seguito dei pronunciamenti regionali, nel 1972 il Piano di lottizzazione venne ridimensionato nella sua estensione, escludendone l’Isola della Cona ed inserendo altri terreni ad est del canale Quarantia. La terza versione ci porta ai giorni nostri: il Piano Particolareggiato di iniziativa pubblica denominato "Marina di Staranzano" è del 1986 e si colloca nella stessa zona del progetto "Lido" rivisto, ma ne riduce ancora le dimensioni. Questo piano attuativo non è riuscito a decollare a causa della complessità dell’iter autorizzativo ed è stato di fatto bloccato nel 1995 da un Decreto del Ministero per i beni culturali ed ambientali, che ha evidenziato i problemi della coesistenza del piano di sviluppo turistico con la Riserva naturale. Coesistenza tuttavia prevista non solo dal Piano Regolatore Intercomunale di Monfalcone, Ronchi dei Legionari e Staranzano del 1971, ma anche dal Piano Urbanistico Regionale (PUR) del 1978.

Per quanto riguarda la porzione di territorio in comune di Monfalcone, la situazione attuale appare particolarmente degradata. Il divieto di balneazione, che vige ormai da anni, ha messo in secondo piano le iniziative turistiche e trasformato la zona in un quartiere separato dal resto della città e privo di servizi. Così il "Progetto di massima degli interventi edilizi ed infrastrutturali di sviluppo turistico dell’area di Marina Julia" del 1989, è rimasto sulla carta al pari dei piani che hanno interessato Staranzano. Ma la strada per il futuro sviluppo della zona di Marina Julia è stata tracciata nel 1994 dalle direttive del Consiglio comunale di Monfalcone per la redazione del nuovo Piano Regolatore Comunale, che propongono di conciliare i tre fondamentali interessi del comprensorio, cioè la conservazione ambientale, lo sviluppo turistico e la residenza. Viene ipotizzato un utilizzo armonico del territorio, offrendo una proposta in grado di soddisfare e conquistare quote specifiche del mercato turistico regionale, con servizi ed attrezzature utilizzabili tutto l’anno per fini ricreativi di richiamo sovracomunale o per il turismo naturalistico attratto da ambienti caratteristici come la limitrofa foce dell’Isonzo e le zone umide del sistema delle risorgive.

La dimensione economica delle aree naturali protette

Nei paesi europei industrializzati come l’Italia, contrariamente a quanto può accadere nelle vaste zone scarsamente o per nulla abitate dell’Africa, dell’Asia o dell’America, una nuova area protetta interessa spesso territori già parzialmente modificati ad opera dell’uomo, ovvero aree rimaste casualmente escluse dalle principali forme di sviluppo. Queste zone si caratterizzano per la loro posizione isolata rispetto ai grandi flussi turistici e risultano quasi sempre attraversate da fenomeni di crisi delle attività economiche tradizionali e di calo demografico.

Spesso la nascita di un parco è la sola occasione mediante la quale un territorio con caratteristiche di questo tipo può sperare di avviare un ciclo di crescita economica. Bisogna sottolineare, però, come ciononostante ancora oggi l’istituzione di un’area protetta sia spesso percepita da chi abita entro i suoi confini come pura fonte di limitazioni (divieti di caccia e pesca, limiti di carattere agro-silvo-pastorale, blocco delle nuove costruzioni).

Il tema della conservazione dell’ambiente, mediante l’individuazione di zone da proteggere, non può più essere esaurito nel senso della pura necessità della tutela naturalistica, soprattutto quando questa tutela in senso stretto produce esiti ritenuti penalizzanti da coloro che abitano i territori soggetti a protezione. In questo senso quando si progetta l'istituzione di un’area di tutela ci si deve sempre più ispirare, come da molti sostenuto, al criterio fondamentale dello "sviluppo nella tutela", favorendo una composizione delle esigenze apparentemente in conflitto della crescita socio-economica della comunità locale da un lato e della salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio dall'altro. L’analisi da tempo sviluppata attorno alle caratteristiche delle aree protette ha fatto emergere, che il nodo problematico riguarda, specie nei parchi naturali regionali, un ambito intermedio con contemporanea presenza di obiettivi di conservazione e di sviluppo socioeconomico.

E’ necessario ribadire che l’"operazione area protetta", giustificata da esigenze di conservazione culturali, scientifiche e naturalistico-paesaggistiche, si dimostrerà strategicamente vincente soprattutto se saprà tradursi in investimento sociale e, in certi casi, garantirsi nel tempo una dimensione economica: ciò vale non solo per rendere funzionali le attività e le competenze proprie dell’ente di gestione, ma soprattutto per sviluppare le potenzialità economiche esistenti e la sperimentazione di nuove forme produttive, finalizzate a creare occupazione e a riconvertire quei settori che per la loro incompatibilità inevitabilmente dovranno essere eliminati o drasticamente limitati.

Una gestione ambientale efficace, anche nel caso della pianificazione e gestione delle aree naturali protette, deve allora poter utilizzare informazioni appropriate che permettano di confrontare alternative di azione costruite con dati di natura omogenea. Per giungere a queste condizioni, in cui chi ha responsabilità decisionali in materia di risorse naturali possa operare in modo razionale, l’economia dell’ambiente ha proposto diverse tecniche per la valutazione dei beni (e dei danni) ambientali che non vengono gestiti da meccanismi di mercato. Si fa riferimento sia ai metodi che si basano sull’osservazione del comportamento degli operatori economici (prezzo edonico, costo di viaggio) sia su quelli che cercano di giungere alla valutazione dell’ambiente simulando ipotetiche situazioni di mercato (valutazione contingente). L’esito di tali ed altri metodi è quello di poter inserire anche gli aspetti economico-ambientali dell’istituzione di aree protette in uno schema di valutazione preventiva del tipo Analisi Costi Benefici, in cui l’idea di base è che le decisioni su un certo intervento avente rilevanza ambientale dovrebbero essere basate su una ponderazione ex-ante dei vantaggi e degli svantaggi dell’azione prospettata, tradotti in moneta. Si noti che questo non significa che dovremmo automaticamente introdurre in ogni caso prezzi effettivi, positivi per le funzioni ambientali. Ma per il momento il principio importante da stabilire è che nella nostra contabilità economica, nel valutare i pro e i contro degli investimenti di capitale e delle politiche economiche, dovremmo tentare come meglio possiamo di includere i valori economici forniti dagli ambienti naturali. Dopo tutto è puramente accidentale che alcuni beni e servizi e alcune risorse naturali abbiano o meno dei mercati. Anche se è possibile sostenere che, alla fine, tutte le risorse naturali genereranno i propri mercati, non abbiamo alcuna garanzia che quei mercati si sviluppino prima che la risorsa sia esaurita o, come è tipico di un ecosistema "naturale", danneggiata irreparabilmente.

Il problema di quantificare l’aspetto economico ed i vantaggi derivanti dall’istituzione (o espansione) di un’area protetta è molto sentito da tutti coloro che nei parchi lavorano, operano e vivono. A queste persone si aggiungono poi tutti coloro, ambientalisti e non, che si impegnano in dure battaglie per l’istituzione di nuove aree protette e portano i successi economici e lo sviluppo sociale, conseguiti in alcuni parchi, come esempio. La definizione di questi dati, quindi, non è cosa marginale, in quanto è in grado, se validamente documentata e illustrata alle popolazioni locali, di creare quel minimo consenso necessario a una nuova area protetta per poter operare serenamente e, soprattutto, in modo vincente.

Al fianco del termine economico spesso si aggiunge la dizione "socio" in quanto, ai parametri più strettamente economici, si sommano altri elementi che per essere definiti e compresi nel giusto valore, necessitano di attente analisi sociologiche. L’approccio più efficiente per la valutazione dell’impatto socio-economico dell’istituzione di aree protette è quello definibile "territoriale". Esso consiste nel cercare di valutare le variabili che interagiscono all’interno del "sistema parco" (abitanti, attività produttive, e così via), in quanto si assume a priori che ogni area protetta abbia una sua identità specifica. La conoscenza del territorio nelle sue componenti sia fisiche che sociali diventa quindi propedeutica all’individuazione dei parametri da utilizzare per gli studi. Spesso è opportuno effettuare l’analisi anche all’esterno dell’area protetta, in quanto per valutare correttamente eventuali benefici economici, occorre analizzare la zona dove esistono servizi (negozi, alberghi, ristoranti, ecc.), adatti a soddisfare alcuni dei bisogni indotti dal parco.

Il tentativo di effettuare un’analisi complessiva dell’impatto economico risente di un notevole limite, indotto dall’impossibilità di monetizzare tutti gli interventi di tutela, ripristino e recupero effettuati da un parco. Un’area protetta è a tutti gli effetti una "industria" produttrice di ambiente, che in qualche modo crea benefici compensando, in minima parte, gli scompensi ambientali creati nelle altre aree del Paese. Ma quanto vale in termini monetari un fiume pulito? E le falde acquifere non inquinate? Quanto vale la reintroduzione di una specie animale o vegetale? Sono domande alle quali non è più possibile evitare di rispondere se si vuole collocare in modo corretto il valore economico di un’area protetta. Il paradosso è che gli operatori dei parchi devono dimostrare che con una spesa relativamente limitata si può creare sviluppo e occupazione, quando i vantaggi economici che si ottengono dalla salvaguardia ambientale giustificherebbe una spesa a fondo perduto ben più rilevante di quella che normalmente le aree protette sono in grado di effettuare.

Verso l’ecoturismo per le zone costiere

Accanto ai settori tradizionali della nautica da diporto e della balneazione, si pone da tempo un nuovo modo di interpretare il turismo delle zone costiere, cui fanno riferimento alcune recenti varianti comportamentali nei profili della domanda e dell’offerta turistica quali: la ricerca di abbinare ad una vacanza all’insegna dello svago e della natura, escursioni storiche/culturali ed attività sportive; la gestione più attiva del tempo libero e di vacanza; l’aumento della scansione di vacanza; la destagionalizzazione ed il superamento della distinzione tra prime e seconde vacanze; l’attenzione verso le aree culturali; la crescita della scelta ambientalista e naturalistica; il forte incremento dei soggiorni brevi e dei week end ed un’accentuazione della competitività qualità/prezzo.

In questo contesto si inserisce il cosiddetto "ecoturismo sostenibile"ossia un turismo naturalistico che favorisca la conservazione dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile, creando un flusso significativo di risorse finanziarie per le aree naturali protette e per le comunità che in esse o attorno ad esse vivono. L’ecoturismo appare non più legato a pochi periodi, concentrati nell’arco dell’anno e richiede un’offerta di prodotti turistici più qualificata, accostando alla visita di un luogo la conoscenza del luogo stesso. Anche la ristorazione deve essere adeguata a livelli di qualità più elevati, dove è riconoscibile una connotazione regionale, mediante la preparazione di piatti tipici e l’utilizzazione di prodotti dell’agricoltura locale. Allo stesso modo tutte le ulteriori produzioni locali vengono ad essere legate strettamente alla tradizione del luogo, alle tecniche originali. Questa caratterizzazione del prodotto turistico è data proprio dalla motivazione del visitatore medio di un’area naturale protetta: la provenienza dai grandi centri urbani, il livello culturale, la collocazione sociale, fanno sì che la visita di un’area naturale protetta diventi un’occasione di arricchimento culturale, cui dedicare un periodo di tempo che si aggira tra i 2/3 e i 15 giorni, con uno spiccato carattere di ripetitività della visita.

I dati sull’ecoturismo provenienti dalle altre nazioni sono senza dubbio di dimensioni ragguardevoli: gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, l’Australia, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e il Kenya (per limitarci sono ad alcuni esempi) si sono dotati da tempo di un sistema di aree naturali protette che, nonostante presenti caratteristiche molto differenziate, in tutti i casi viene gestito con criteri manageriali e adeguatamente sostenuto finanziariamente. In Italia l’esempio classico è quello dal Parco nazionale d’Abruzzo, dove sin dal 1969 si è tentata la via di uno sviluppo sostenibile, agendo sulla leva di particolari forme di ecoturismo a basso impatto ambientale. Qui la conservazione dell’ambiente naturale non è divenuta un freno allo sviluppo locale, ma la risorsa principale su cui basare la crescita. Il valore economico dell’area si è arricchito notevolmente, generando occasioni di maggior reddito e di occupazione che difficilmente sarebbero state possibili in caso di altre tipologie di sviluppo.

Per ovviare all’osservazione critica che gli esempi ricordati si riferiscono ad una tipologia di conservazione della natura distante dalla realtà di nostro interesse, è possibile rifarsi a situazioni più facilmente confrontabili con il contesto naturale ed economico in cui si inserisce l’area della foce dell’Isonzo.

Per richiamare innanzitutto un esempio straniero di prestigio mondiale, "The Wildfowl and Wetlands Trust" vanta una notevole esperienza nel settore della conservazione delle zone umide e della loro fauna selvatica. L’organizzazione ha sede a Slimbridge in Inghilterra, sede del primo Centro visite realizzato, e gestisce attualmente 9 riserve sparse in varie zone della Gran Bretagna, che possono contare su 640.000 visitatori paganti all’anno

Ritornando al contesto nazionale, dati significativi si possono desumere dall’analisi delle Oasi del WWF in Italia. Questa associazione gestisce attualmente 62 aree protette sul territorio nazionale per un totale di circa 25.000 ettari. La presenza di un’Oasi si trasforma spesso in un’occasione di nuovo sviluppo eco-compatibile attraverso l’avviamento di attività collegate alla realtà dell’area protetta. Lo stesso WWF ha portato a termine un’indagine, concentrando l’attenzione verso le ricadute economiche del sistema delle Oasi derivanti dall’attività turistica, per arrivare ad una valutazione quantitativa dei benefici indotti sulle comunità locali dalla presenza di un’area che, pur essendo di minor ampiezza rispetto ai grandi parchi nazionali e regionali, costituisce un modello di tutela e di gestione del territorio. Da tale studio, si può trarre la conclusione che la caratteristica peculiare propria dei beni culturali ed ambientali consiste nell’attrazione che questi esercitano verso i grandi flussi di visitatori: le aree naturali, protette e gestite in maniera adeguata, hanno in sé caratteristiche sufficienti a stimolare le condizioni per un significativo sviluppo dell’intero settore turistico.

Accanto a questo tipo di iniziative ecoturistiche, si possono ricordare altri esempi il cui carattere prevalentemente privato ha consentito una gestione manageriale, tale da garantire una fonte sicura di reddito e da assicurare numerosi posti di lavoro. Vale qui la pena di ricordare, tra le altre, due esperienze sviluppate in prossimità dello sbocco al mare del fiume Po.

La prima riguarda le Valli di Ostellato, una zona umida di grande importanza naturalistica collocata a metà strada tra Ferrara e il mare. Dal 1975, da quando le Valli furono istituite Oasi di protezione faunistica, sono gestite da una cooperativa per lo sviluppo delle attività produttive, che vanno dall’acquacoltura, al tempo libero, alla valorizzazione ambientale. Circa 200 sono gli ettari di estensione del territorio, snodato fra due canali scolmatori del fiume. Le iniziative intraprese dalla cooperativa all’interno dell’area di protezione sono molteplici: è possibile osservare dai capanni di avvistamento gli uccelli in libertà, anche con l’ausilio di guide naturalistiche o avvalendosi di un piccolo museo naturalistico e della sala per la proiezione di filmati e diapositive; con i cavalli si possono effettuare escursioni con guida turistica di una o più giornate; sono a disposizione alcune "houseboat" per escursioni fluviali; all’interno dell’Oasi ci sono circa 20 km di percorsi in cui è autorizzato l’uso della bicicletta e molti canali in cui è possibile muoversi in canoa; si può praticare la pesca sportiva in oltre 100 ettari di valli; la locanda agrituristica propone "il meglio della ristorazione del Delta" e offre prodotti dell’artigianato locale, dell’alimentazione e della cosmesi naturale; si può praticare il tiro con l’arco e il nuoto in 2 piscine. Nel 1996 è stato inaugurato persino un piccolo osservatorio astronomico. I visitatori complessivamente sono circa 100.000 all’anno e la cooperativa, per incrementare la capacità ricettiva dell’Oasi sta realizzando una nuova struttura per circa 50 persone, per far fronte ad una crescente domanda di posti letto da parte di visitatori che, desiderando trascorrere alcuni giorni a contatto con la natura, non gradiscono le attuali sistemazioni presso alberghi della costiera emiliano/romagnola o della città di Ferrara. Il secondo esempio è quello del villaggio turistico "Spiaggia Romea" ubicato in una delle zone di maggior pregio ambientale del Parco del Delta del Po. Le strutture ricettive (bungalows, ristorante, bar, attrezzature sportive) sono immerse in un parco di 7 ettari; due sono le spiagge attrezzate e riservate ed è possibile frequentare la scuola di vela e quella di equitazione. Fin qui del tutto simile ad altre attrezzature turistiche delle nostre riviere, il villaggio turistico ha sviluppato parallelamente un allevamento di tori ed uno di cavalli Camargue (gli stessi che si possono ammirare alla Riserva naturale della Foce dell’Isonzo) che vengono lasciati allo stato brado, allo scopo di ricostruire un modo di vivere e recuperare le tradizioni ed i paesaggi che si erano perduti da decenni.

Ecoturismo e interventi per gestire la capacità di carico

Non è sfuggita all’esame fin qui svolto l’esistenza di un serio problema di conflitto fra fruizione turistica e tutela dell’ambiente naturale, problema che deve trovare opportuna soluzione preventiva in fase di pianificazione della gestione dell’area protetta. Il principale strumento proposto per affrontare tale problema è la cosiddetta capacità di carico, scomponibile in due ambiti:

Gli strumenti di gestione per la regolamentazione della capacità di carico applicati in ambito nazionale ed internazionale possono essere ricondotti a tre filoni, attivabili contemporaneamente:

  1. adozione di tecniche ingegneristiche e bioingegneristiche per ridurre il problema mediante la costruzione di infrastrutture a basso impatto ambientale;
  2. adozione di un insieme di regolamentazioni e vincoli alla fruizione;
  3. adozione di tecniche indirette di regolamentazione della capacità di carico con l’obiettivo di razionalizzare la distribuzione della frequenza turistica e di creare centri di attrazione in zone meno sensibili all’impatto delle attività ricreative.

Tenendo conto del fatto che le disposizioni vincolistiche e regolamentari sono le meno tollerate dai visitatori e dagli operatori economici, nel progetto di intervento di cui verrà fatto cenno più avanti si fa maggiore riferimento alla prima ed alla terza delle azioni. Ci si è molto concentrati infatti sulle tecniche che attuano una regolamentazione indiretta della capacità di carico che si basano sul principio di dirottare il turismo di massa in zone meno sensibili dell’area protetta. Accanto a ciò risulta necessario realizzare in contemporanea un’opera di istruzione e di sensibilizzazione del visitatore. Tale obiettivo può essere realizzato concretamente predisponendo una rete di infrastrutture decentrate, finalizzate allo scopo. Seguendo i più recenti indirizzi di gestione delle aree naturali protette, tali infrastrutture possono essere classificate nelle seguenti tipologie:

Nell’ipotesi più avanti valutata, come si vedrà, le tecniche di regolamentazione delle capacità di carico sono presenti in modo articolato; in particolare si avanza l’ipotesi di creazione di infrastrutture che decongestionano il carico turistico sulle zone a più alta vulnerabilità ecologica, come l’area dell’Isola della Cona.

Il territorio in cui si s’inserisce il progetto

Nella premessa è già stata messa in evidenza la necessità di un nuovo disegno organico, che ampli la visione al di fuori di ogni singolo confine comunale, che analizzi tutto l’arco costiero compreso tra la foce dell’Isonzo e quella del Timavo e che si confronti positivamente con le potenzialità offerte dalla Riserva naturale regionale. L’area così individuata segna il punto di raccordo tra la costa bassa e sabbiosa, che dalla foce dell’Isonzo si estende lungo tutta la costa adriatica d’Italia, e quella alta e rocciosa, che dalla foce del Timavo scende fino alla Grecia. Si viene perciò ad individuare un nodo particolarmente complesso tra due realtà omogenee, in cui si sovrappongono molteplici progetti e convivono diversi interessi: industriali, portuali, residenziali, turistici e naturalistici.

Ma tale zona costiera, oltre ad essere molto complessa, offre indubbiamente grandi possibilità di sviluppo. Innanzitutto la situazione ambientale, che non è irrimediabilmente compromessa ed è suscettibile di miglioramenti: ricordiamo le caratteristiche uniche del Carso, con la sua vegetazione, le doline, le grotte, i laghi; le acque di risorgiva; le zone umide (fondamentali per le migrazioni e la sosta degli uccelli acquatici); l’Isonzo, ancora in buono stato di salute e il misterioso Timavo; i boschi planiziali, come il Bosc Grand e gli Alberoni, antichi frammenti delle foreste che ricoprivano tutta la zona costiera interna alla laguna. Inoltre, il territorio è ottimamente servito dal punto di vista dei collegamenti con il resto d’Italia e l’Europa centrale (aeroporto di Ronchi dei Legionari, stazione ferroviaria e porto di Monfalcone, autostrada) e questi permettono di raggiungere, in un’ora di automobile, tutte le principali località del Friuli-Venezia Giulia. Tuttavia la collocazione di quest’area garantisce anche un certo grado di separazione dall’agglomerato urbano monfalconese e quindi un buon livello di tranquillità. Ed ancora pensiamo alle particolari caratteristiche del golfo di Panzano, quali la presenza di diversi tipi di costa e di fondali e la sicurezza del mare dettata dalla vicinanza delle coste che lo circondano e dall’assenza di venti impetuosi (ad eccezione della bora, che non riesce però a creare onde notevoli per la corta percorrenza sul mare). Infine, la spiaggia che, sebbene non appaia particolarmente adatta alla balneazione a causa della scarsa profondità e qualità dei fondali, è tuttavia molto adatta alla pratica di alcuni sport velici, come ad esempio il windsurf.

Questa visione d’insieme potrebbe concretizzarsi in tanti piccoli e realistici piani attuativi, in cui accanto alla previsione di sviluppo del turismo nautico e balneare, trovino posto le attività legate alla Riserva naturale regionale. La tesi per certi versi innovativa di questo contributo è che proprio queste ultime attività di fruizione sostenibile dell’ambiente naturale potrebbero svolgere da elemento trainante dell’intero settore, in quanto la Riserva già attualmente può contare su un afflusso di 25/30.000 visitatori all’anno, nonostante la limitatissima presenza di servizi, strutture ricettive e attrazioni complementari all’osservazione della fauna e della flora.

La Riserva naturale regionale della Foce dell’Isonzo.

La Riserva Naturale regionale della Foce dell’Isonzo, da tempo conosciuta con la provvisoria (e per alcuni versi impropria) denominazione di Parco dell’Isola della Cona, è stata ufficialmente istituita dalla Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia con l’art. 47 della Legge Regionale 30 settembre 1996, n. 42 che contiene "Norme in materia di parchi e riserve naturali regionali". Con tale disposizione viene di fatto abolito il Parco dell’Isonzo previsto dal Piano Urbanistico Regionale del 1978, ma rimane il vincolo ambientale su buona parte della parte bassa del corso del fiume.

Già a partire dal 1990, tuttavia, è stata avviata la gestione dell’area del precedente "ambito di tutela ambientale" dell’Isola della Cona (previsto dal PUR), consolidando una realtà per alcuni versi nuova, vale a dire proiettata verso il futuro, ma per molti aspetti basata piuttosto sulla conservazione o sulla riscoperta di caratteristiche e valori tipici del passato, recente ed antico, del litorale "bisiaco".

Verso il futuro è proiettata l’iniziativa che ha per finalità la gestione di un’area naturale, intesa non tanto nel senso di "prodotto spontaneo delle forze della natura", ma quale "zona in cui prevalgono aspetti di interesse naturalistico". L’obiettivo è infatti quello, da un lato, di conservare, dall’altro di consentire la massima fruizione, da parte di un pubblico il più vasto possibile. Un’occasione di sviluppo economico e culturale dunque, in linea con le più avanzate ipotesi di turismo naturalistico, come è dimostrato dai posti di lavoro sorti grazie alle nuove iniziative di tutela ambientale e le migliaia di visitatori che annualmente frequentano la Riserva.

Verso il passato si proietta invece l’opera di ripristino naturalistico realizzata all’Isola della Cona, con il riallagamento di aree per così dire bonificate: un termine quest’ultimo fuorviante, sinonimo in realtà di prosciugamento a fini agricoli, del tutto fuori luogo in una Riserva naturale e fuori tempo nell’epoca in cui l’Unione Europea concede ingenti contributi al contadino per mettere a riposo, ovvero non coltivare, la campagna. Inoltre, già a partire dal 1971, anno della approvazione della Convenzione Internazionale di Ramsar sulla conservazione delle zone umide quali habitat per gli uccelli acquatici, le aree palustri sono state ampiamente rivalutate nel mondo quali ambienti ricchi di vita e preziosi contenitori di elevata "biodiversità".

Ripristino di habitat in pericolo

Nel 1983, su richiesta del Comune di Staranzano, è stato elaborato un "Progetto di Tutela, Fruizione ed Educazione ambientale", realizzato negli anni successivi con gradualità, grazie ai contributi concessi dalla Regione in base alla Legge Regionale n. 11/83, in materia di Parchi e Ambiti di tutela ambientale. Sono stati portati a termine sinora diversi interventi, principalmente al fine di aumentare la diversità biologica del sito, attrezzare un’area per la destinazione prevista di Centro di educazione ed interpretazione ambientale in area palustre e promuovere la ricerca.

L’area della Riserva, sulla base delle previsioni della Legge Regionale n. 42/96, consta oggi di circa 2.100 ettari, per quasi 15 km di fiume. I Comuni interessati, oltre a quello di Staranzano (che occupa la maggior parte del territorio vincolato), sono quelli di Grado, San Canzian d’Isonzo e Fiumicello. Oltre all’Isola della Cona sono compresi alcuni tratti di campagna coltivata, due relitti di bosco planiziale (Bosco Alberoni e Bosco Grande) e un tratto fluviale con ghiaie affioranti circondato da campi e boschi golenali.

L’Isola della Cona, qui intesa in senso stretto, comprende un’area parzialmente soggetta a bonifica racchiusa tra il canale Quarantia a nord-est e la foce attuale del fiume a sud-est. L’isola è accessibile lungo l’argine sinistro dell’Isonzo attraverso la diga realizzata negli anni trenta al fine di impedire gli apporti di sedimento verso il porto di Monfalcone attraverso il canale Quarantia, divenuto parte del sistema deltizio del fiume alla fine del secolo scorso a seguito di una rotta. L’area di intervento è divisa in senso longitudinale dall’argine del fiume che prosegue fino alla foce, dividendo la golena (occupata da canneti, cariceti e alcuni boschetti a ontano prevalente) dalla bonifica e dalla palude salsa (barene e velme). Alla foce esiste inoltre un’area parzialmente occupata da scanni sabbioso/ghiaiosi.

In sintesi, gli interventi realizzati sono i seguenti: la formazione di uno specchio lacustre e di un’area palustre, in parte temporanea, alimentata da acqua piovana e artesiana, ottenuti mediante scavo di terreno e modifica delle chiuse esistenti (il ripristino interessa una superficie complessiva di circa 50 ettari); la formazione di un’isola frastagliata e boscosa (a farnia, ontano, frassino ossifillo, pioppo bianco, salici), finalizzata all’auspicato insediamento di una "garzaia" (sito di nidificazione coloniale di aironi); la formazione di un’isola in ghiaia, finalizzata alla sosta di specie ornitiche acquatiche; la costruzione di alcuni edifici, uno da adibire a Centro visite di ingresso, un "casone" di osservazione principale (dotato di tre piani, ivi compresa una sala per l’osservazione subacquea) ed un punto di osservazione secondario, collegati da un sentiero pedonale; la costruzione di un’area di sosta con tettoia, mangiatoie e maneggio all’aperto per i cavalli, destinati alle visite guidate.

L’intera zona è stata poi sottoposta ad una peculiare gestione, anche con l’introduzione di un branco di cavalli di razza Camargue, per consentire il controllo della vegetazione palustre attraverso forme di pascolo controllato. Con la medesima finalità, è stata anche reintrodotta l’Oca grigia o "selvatica" (Anser anser) quale specie nidificante, mediante l’iniziale rilascio di giovani soggetti temporaneamente impediti al volo.

Sono stati poi portati a termine vari interventi puntuali di gestione della vegetazione, con criteri naturalistici, mediante taglio (manuale o meccanico) e/o trapianto, spesso utilizzando anche il lavoro volontario di organizzazioni specializzate di livello internazionale, come è il caso di "The British Trust for Conservation Volunteers". La gestione naturalistica del sito comprende inoltre il controllo dei livelli idrici all’interno dell’invaso al fine di ottenere, secondo determinati programmi e in specifiche aree, una sequenza "naturale" di secchezza estiva - allagamento invernale, inversa rispetto a quella artificiale tipica di tante zone umide mediterranee gestite a fini produttivi. Il problema gestionale di fondo, in parte conseguente alla neoformazione di uno specchio d’acqua dolce, in larga misura piovana e stagnante, è quello del mantenimento di superfici d’acqua libera utilizzabili da varie specie di uccelli acquatici, la cui presenza rappresenta uno degli obiettivi fondamentali. Numerose esperienze condotte in tutto il mondo dimostrano che la scomparsa dei grandi erbivori e l’abbandono da parte dell’uomo di pratiche quali il pascolo o lo sfalcio, possono determinare, particolarmente - ma non esclusivamente - in ambienti palustri, una riduzione della biodiversità. È perciò opportuno creare le condizioni idonee per un periodico ringiovanimento della serie vegetazionale. Tale obiettivo si realizza attraverso il pascolamento e, se questo non basta, il taglio della vegetazione erbacea in zone prestabilite, nonché il controllo dei livelli idrici, favorendo talora il periodico prosciugamento totale degli stagni, in modo da consentire rapidi processi di mineralizzazione della sostanza organica.

Con la realizzazione del ripristino palustre d’acqua dolce e grazie alle particolari tecniche di gestione cui si è accennato, è stato registrato un sensibile incremento tanto nel numero delle specie animali presenti che nel numero di individui. Premesso che le Foci dell’Isonzo sono situate in un’area strategica dal punto di vista biogeografico nell’area considerata alla fine del 1996 si segnalano: 27 specie di mammiferi, 280 di uccelli, 11 di rettili, 9 di anfibi e 32 di pesci. Tra gli uccelli sono risultate nidificanti 72 specie, tra cui numerose si sono insediate dopo l’avvio delle iniziative di tutela. Da segnalare particolarmente è l’eccezionale incremento dei soggetti svernanti di Anatidi con la graduale formazione di aggregazioni che possono raggruppare, nei momenti di massima concentrazione, oltre 14.000 soggetti di diverse specie, nonché la frequente presenza di specie un tempo rare o rarissime e addirittura la segnalazione di alcune specie del tutto nuove per l’Italia.

In conclusione, parallelamente all’incremento in biodiversità e naturalità (wilderness), la zona è oggi ben più studiata e frequentata dall’uomo di quanto non lo fosse un tempo, contraddicendo nei fatti la diceria, dura a morire, secondo la quale una Riserva naturale o un Parco sarebbero territori destinati all’abbandono e, secondo certi stereotipi, al progressivo degrado.

Un progetto di sviluppo ecoturistico per la Foce dell’Isonzo

E’ possibile evidenziare la valenza innovativa e lungimirante di quanto si sta progettando per il territorio della foce dell’Isonzo. Un primo importante passo nella direzione del possibile sviluppo ecoturistico del territorio della Foce dell’Isonzo infatti è stato fatto nel 1996 dall’Amministrazione comunale di Staranzano, che ha saputo cogliere le opportunità offerte dai fondi strutturali dell’Unione Europea denominati Obiettivo 2.

Sono stati elaborati diversi progetti, dentro e fuori Riserva naturale regionale della Foce dell’Isonzo, che prevedono: il completamento del restauro ambientale dell’Isola della Cona e la ristrutturazione del Centro visite; l’avvio delle attività di un’Agenzia di coordinamento dell’ecoturismo, di una Stazione biologica e di un Centro recupero della fauna selvatica; la realizzazione di un parcheggio all’ingresso della Riserva, con annesso un punto di informazione e una posta cavalli; la riapertura di un tratto di canale, il "Brancolo morto", che un tempo collegava il Brancolo con la Quarantia e consentiva il transito di piccole imbarcazioni tra questi due canali e quindi il collegamento del bacino di Panzano con la Litoranea veneta. Infine, un progetto prevede la realizzazione di un’Area di fruizione naturalistica e di un Centro visite in grado di coprire i settori non sviluppati all’interno della Riserva e di accogliere un afflusso turistico molto più consistente di quello attuale consentendo, nel medesimo tempo, ulteriori consistenti iniziative di ripristino ambientale.

L’avvio delle attività di gestione nel ristretto ambito dell’Isola della Cona, ha portato all’incremento notevole del flusso di visitatori in tale sito; quindi, anche per ovviare a possibili problemi di sovraffollamento, si è ritenuto opportuno coordinare un possibile raccordo tra lo sviluppo della vocazione turistica dell’area ad est del canale Quarantia e l’acquisita rilevanza, anche sotto questo profilo, della Riserva naturale. In prospettiva, si prevede altresì di riservare all’Isola della Cona le forme di turismo naturalistico più specialistiche e qualificate, deviando i visitatori generici, per quanto possibile, verso la nuova installazione, che sarà dotata di tutte le strutture necessarie a fronteggiare le richieste e le esigenze di un’utenza più legata al semplice impiego del tempo libero che a visite a contenuto didattico-scientifico particolarmente elevato. L’ubicazione prescelta, all’inizio della strada che porta dal canale Brancolo al bosco degli Alberoni, è tale da stabilire un gradiente di naturalità in direzione della Cona ed uno di artificialità verso il Lido di Staranzano e gli esistenti insediamenti turistici di Marina Julia.

Il territorio in oggetto viene rimodellato, provvedendo alla realizzazione di zone umide, mediante scavi e la corrispondente formazione di rilevati e all’impianto di alcune aree a bosco e boscaglia. L’ingresso è concepito come una piazza panoramica circolare, da cui ha inizio un percorso sotterraneo, che contiene vasche, acquari e terrari; qui vengono allevati pesci marini e di acqua dolce, piccoli mammiferi e rettili e vengono sviluppate tre tematiche fondamentali: il corso del fiume Isonzo dalla sorgente alla foce, un viaggio nel sottosuolo ed uno a ritroso nel tempo. Un’ampia sezione viene dedicata alle specie attualmente esistenti nell’area ma difficilmente visibili perché notturne e fossorie e, scendendo nel sottosuolo, il visitatore può ammirare significativi esempi di vita sotterranea. L’effetto scenico è accresciuto da vetrate aperte su grandi vasche esterne, da cui si può avere una visione semisommersa degli animali, e dall’apparato radicale di un grande albero osservabile dal di sotto. Dal percorso sotterraneo si accede: ad una serra, al cui interno il clima è totalmente controllato e riproduce quello delle zone tropicali o subtropicali di svernamento delle specie di uccelli che trascorrono i mesi estivi alle nostre latitudini; ad una voliera, che copre una porzione di territorio in parte palustre, in parte boscato ed ospita in particolare uccelli; al Centro di interpretazione ambientale, che è formato da 3 edifici (un auditorium per la proiezione di filmati o diapositive; una sala polifunzionale per attività di interpretazione dell’ambiente, dotata di ampie vetrate che si affacciano direttamente sulla zona umida principale; una zona ristoro). Una torre assolve la funzione di osservatorio e permette ai visitatori di avere una vista completa non solo sull’Area di fruizione naturalistica, ma anche su tutto il territorio circostante (mare e costiera triestina, bosco degli Alberoni, Riserva naturale, fiume Isonzo, campagna coltivata, Alpi, Carso). Altre attrazioni dell’Area sono: una zona gioco a tema ambientale ed avventuroso per bambini; un Centro recupero fauna selvatica, a completamento delle strutture di terapia e primo accoglimento progettate all’Isola della Cona; la fattoria degli animali domestici; il corral dei cavalli; un boardwalk, cioè una passerella in legno schermata verso l’area umida principale e provvista di piccoli osservatori; un’Area degli uccelli acquatici ("Slimbridge italiana"), con un percorso tra ampi specchi d’acqua, terre emerse e boschetti da cui è possibile ammirare gli uccelli a distanza ravvicinata, consentendone l’identificazione ed apprezzando i loro comportamenti negli habitat opportunamente ricostruiti; alcuni esempi di villaggio preistorico, vale a dire nuclei di capanne, riferibili a diversi periodi (paleo-meso-neolitico). Sono infine previsti grandi recinti, mimetizzati dalla vegetazione, appositamente studiati per contenere alcune mandrie di grandi mammiferi europei, quali cavalli, cervi, tori, ecc..

Conclusioni

Concludiamo il presente intervento con una semplice considerazione economica che dovrebbe invitare, non solo le amministrazioni comunali ma anche i privati proprietari dei terreni costieri, a continuare lungo la strada tracciata dall’ultimo progetto descritto. Lo sviluppo su grande scala del solo turismo tradizionale, nautico e balneare, accanto al definitivo degrado di un ambiente notevole, porterebbe Staranzano e Monfalcone inevitabilmente in concorrenza con le vicine località turistiche già affermate (quali Grado, Lignano e l’Istria). Per potersi sviluppare, le due località bisiache dovrebbe ritagliare a questi siti per natura più vocati una fetta di mercato.

Se si sarà in grado e si avrà la volontà invece di cogliere l’opportunità che la peculiare situazione ambientale dell’area caratterizzata dalle zone umide offre all’ecoturismo sostenibile, non solo non si avranno situazioni conflittuali - in quanto in Italia praticamente non esistono realtà analoghe - ma verrebbero a crearsi ottime possibilità di collegamento con le località turistiche tradizionali, complementari e non alternative, nonché con gli altri siti di interesse naturalistico. E proprio l’area della foce dell’Isonzo, grazie alla sua localizzazione strategica, potrebbe fungere da punto di partenza per la visita di una rete diversificata di emergenze naturali (protette) che lentamente si sta affermando nella regione.


Estratto dal Supplemento al n° 15 di "Nuova Iniziativa Isontina" - 1° Quadrimestre (Aprile 1997)


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