di Antonio Sfiligoj
SPI, Promozione e Sviluppo Imprenditoriale SPA
e
Roberto Bernardis
SEED, Services for Eastern Economic Development SPA
Il settore della Piccola e Media Impresa è il vero nuovo protagonista della ripresa economica e della transizione verso il mercato dei Paesi dell' Europa Centrale ed Orientale (PECO) che è tuttora in corso.
Alle PMI si possono attribuire i seguenti due fondamentali cambiamenti strutturali, nel senso della liberalizzazione e della decentralizzazione delle economie locali:
- la forte crescita economica ed occupazionale dei servizi e della distribuzione. Il grado di sviluppo di questo settore è indice importante di modernizzazione di contesti che erano molto sbilanciati, per motivi ideologici, verso l' industria manifatturiera.
- la diminuzione del peso delle grandi aziende. Le PMI hanno assorbito molta della manodopera resasi disponibile a seguito della crisi dei conglomerati, svolgendo un importante ruolo di ammortizzatore sociale. Sono molte le piccole aziende private nate dalla frammentazione (spin-off) dei grandi complessi, operando sia in ambito manifatturiero-industriale, della subfornitura e dei servizi.
Una delle principali caratteristiche dei PECO era la debolezza strutturale della piccola impresa. Nella gestione centralizzata delle economie di comando era più facile dirigere aziende di grandi dimensioni, a struttura rigidamente piramidale e a forte integrazione verticale; di conseguenza anche le medie imprese erano piuttosto rare.
L' ideologia prevalente non ammetteva molti spazi all'iniziativa privata, che tuttavia godeva di gradi di libertà molto variabili da paese a paese: accanto all'URSS ove era legalmente proibita, vi erano regimi più tolleranti (ad es. Yugoslavia, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia) che per evitare ai cittadini code ai negozi, degrado delle abitazioni, cattiva qualità dei servizi in genere, ammettevano alcune forme di artigianato rivolto direttamente ai consumatori. Si è così mantenuta una tradizione imprenditoriale che si è radicata nei piccoli negozi, nel turismo e nella ristorazione, nei servizi alle persone, in piccole officine meccaniche, nei contadini, in cooperative agricole, ecc..
Vi erano comunque severe limitazioni di legge alla dimensione tollerabile di occupazione e fatturato, era proibito esportare direttamente, vi erano difficoltà pratiche ad utilizzare un sistema bancario asservito completamente alle grandi imprese. Soprattutto c'era un diffuso atteggiamento ostile agli imprenditori, perché ritenuti "ricchi ed evasori". Ciononostante, nei PECO più tolleranti, gli artigiani sono riusciti a divenire una realtà numerosa - tanto da riuscire a dare vita ad organismi legalmente riconosciuti di tutela e di supporto, anche finanziario ( le "Camere dell' Artigianato").
In ogni caso, anche nei regimi più liberali come quello Yugoslavo, la proprietà delle imprese industriali era rigidamente nelle mani dello stato.
La caduta del comunismo e la liberalizzazione delle attività imprenditoriali hanno prodotto una immediata e forte crescita della piccola impresa, che è avvenuta in due fasi:
a) una fase iniziale, di profondo rinnovamento culturale e legislativo, ma priva di una vera politica di sviluppo della piccola impresa;
b) un periodo di maturazione, che segna l'avvio di una politica attiva e mirata, tesa a favorire non solo le piccole, ma anche le medie aziende, per affrontare importanti nodi strutturali delle economie locali.
La Prima Fase: la politica del "laissez faire"
I nuovi governi hanno subito riconosciuto nella piccola impresa il soggetto che poteva alleviare il problema occupazionale. Il settore dei servizi, notoriamente carente, si è rivelato il principale ammortizzatore sociale della crisi della grande industria, attanagliata da gravi problemi di produttività, eccesso di manodopera, di liquidità, di privatizzazione.
Durante la prima fase della transizione, le piccole imprese hanno prosperato in un contesto di "laissez-faire" istituzionale, mentre le grandi aziende - anche quelle privatizzate - continuavano spesso ad essere oggetto di forti interventi di origine politica e di sostegni finanziari volti a contenere conseguenze sociali drammatiche, al prezzo però di procrastinare l'adozione delle regole del mercato.
Le piccole imprese sono state dunque l'elemento più dinamico, l'unico in grado di produrre ricchezza e ad abbracciare in toto l'ottica capitalista.
Come si è detto, a beneficiarne è stato soprattutto il comparto dei servizi e della distribuzione al dettaglio, che richiede bassi investimenti d'avvio, e che era notoriamente sottodimensionato (tipicamente rappresentava solo il 15-18% degli occupati).
I principali fattori che hanno determinato la nascita di migliaia di piccole iniziative sono i seguenti:
- lo sviluppo di attività precedentemente registrate come artigiane. La ristrutturazione economica è stata molto più rapida nei paesi in cui la piccola iniziativa privata era tollerata,
- l'autoimpiego di personale dalle grandi imprese dismesse;
Va tuttavia notato come molte delle imprese registrate non abbiano mai veramente intrapreso un'attività, potendosi configurare in sostanza come società di comodo. Dietro questo fenomeno vi è stata la deliberata volontà politica di accelerare al massimo la ristrutturazione economica, facilitando la costituzione di nuove imprese attraverso l'imposizione di minimi versamenti di capitale nonché di procedure costitutive semplici e veloci.
Più lenta e complessa è stata invece la genesi delle medie imprese, che è avvenuta in base a due schemi fondamentali: a) la "frammentazione" (o "deverticalizzazione") delle grandi aziende e b) la crescita dimensionale di quelle piccole.
a) Il meccanismo principale di costituzione di medie imprese è stato quello della "deverticalizzazione" (spin-off), consistente nel distacco dai grandi conglomerati di intere unità o divisioni produttive. Questo processo di germinazione imprenditoriale è fortemente condizionato dall'avanzamento delle procedure di privatizzazione.
Tali nuove medie imprese hanno dovuto affrontare seri problemi, tra i quali: scarse capacità di marketing, pochi i prodotti competitivi sui mercati internazionali (problemi di innovazione, qualità, compatibilità normativa), obsolescenza e sovradimensionamento dei processi produttivi, difficoltà finanziarie dovute alla sottocapitalizzazione, ecc.. Tali aziende hanno cercato risposta ai loro problemi proponendosi come subfornitori industriali sui mercati internazionali, facendo leva sugli inferiori costi di manodopera.
b) Piuttosto rari sono stati i passaggi - certamente i più interessanti - avvenuti "per crescita", ovvero relativi ad aziende che sono riuscite a svilupparsi dalla categoria delle "piccole imprese" a quella delle "medie". Il Programma PHARE, insieme all'EVCA - European Venture Capital Association, é riuscito a censire nel 1993-94, tra tutti i Paesi interessati dal Programma, solamente 750 di queste aziende, che chiameremo"gazzelle".
Tra i principali fattori che hanno frenato lo sviluppo delle Piccole Imprese e la loro trasformazione in Medie, si possono evidenziare:
- le difficoltà finanziarie . Certamente è difficile crescere rapidamente se il sistema bancario è inefficiente e la liquidità è scarsa. In presenza di tassi reali molto elevati bisogna ricorrere all'autofinanziamento. Va anche aggiunto che il travaglio delle Grandi imprese rende queste pessimi pagatori verso le Piccole.
In compenso, la generale crisi di liquidità &eagrave; in parte smorzata da una bassa pressione fiscale reale, dovuta a livelli di evasione e di economia sommersa molto alti e tacitamente ammessi dai governi (in Slovenia quasi il 30% del PIL).
- scomparsa dei mercati di riferimento tradizionali, debolezze nel marketing internazionale.
Le esportazioni transitavano sempre attraverso grandi società di trading statali, che facevano da filtro verso i mercati internazionali; sul mercato interno, invece, le capacità di marketing non servivano poichè la domanda eccedeva sempre l'offerta, in presenza di barriere doganali. Il crollo della domanda nell'ex-URSS ha imposto una radicale diversificazione verso i mercati occidentali, che richiedono però forti investimenti nella distribuzione, elevati livelli di qualità ed il rispetto di esigenti normative di sicurezza e ambientali, tutti obiettivi, questi, difficili da conseguire in tempi brevi.
Le grandi imprese in crisi sono un modesto volano di domanda interna di beni e servizi industriali. In compenso, frequentemente si stabilisce il rapporto inverso: sono le piccole imprese ad utilizzare le grandi come subfornitrici a buon mercato.
- debolezza del sistema di supporto , sia privato (consulenti aziendali) che istituzionale (camere di commercio, associazioni imprenditoriali, ecc.)
L'obiettivo principale delle politiche d'impresa in questa prima fase di tumultuosa evoluzione e transizione strutturale, è stato quello di liberalizzare ed aggiornare il quadro normativo, introducendo una legislazione aziendale di tipo occidentale, mutuata spesso da modelli tedeschi o austriaci.
A causa della immaturità degli strumenti di intervento, della complessità, dimensione e rapidità del processo di transizione, l'atteggiamento governativo è stato necessariamente di tipo non interventista: modestissimi sostegni finanziari in cambio di una pressione fiscale di fatto molto lieve.
Le poche risorse finanziarie nazionali disponibili - integrate da quelle di varia provenienza (PHARE, UNIDO, OCSE, ILO, BERS, ecc.) - sono servite essenzialmente a diffondere la cultura d'impresa, attraverso corsi di formazione per neo-imprenditori, avvio di network di consulenti, sussidi per la stesura di piani aziendali.
Si è nel frattempo avviata la difficile riconversione degli strumenti di supporto ereditati dal regime precedente.
Per le Camere dell'Economia/Camere di Commercio ciò è avvenuto puntando al miglioramento della risposta alle esigenze delle piccole imprese (ricordiamo che prima non erano affatto rappresentate) attraverso la decentralizzazione territoriale e l' erogazione di servizi reali (programma qualità, internazionalizzazione, ecc.) attraverso i quali riequilibrare entrate fortemente decurtate dal venir meno delle quote delle grandi aziende.
Altri strumenti sono stati collaudati in questa fase; tra questi i Fondi per le PMI si sono specializzati nella riduzione dei tassi di interesse su mutui contratti attraverso le fonti di credito ordinario. Non è possibile però affermare che le risorse messe in gioco da tali Fondi siano riuscite ad incidere quantitativamente nei processi di ristrutturazione messi in atto dalla liberalizzazione.
La seconda fase dell' evoluzione delle PMI: l'avvio verso la maturità
Si può affermare che nella maggioranza dei PECO la fase più tumultuosa della transizione al mercato si sta gradualmente esaurendo; i processi di privatizzazione sono ben avviati, gli strumenti governativi iniziano ad essere rodati, si studia attentamente la performance dell'economia per sviluppare modelli di intervento adattati alle realtà economiche e politiche specifiche.
In questa fase, la dinamica di sviluppo delle piccole imprese segna un rallentamento quantitativo: nascono meno aziende perché la concorrenza si è fatta agguerrita, non vi è più molto spazio per servizi e prodotti banali. Sono però meno numerose anche le aziende che falliscono, il bilancio complessivo della transizione in atto è generalmente positivo. Infatti gli indici macroeconomici indicano quasi sempre un'evoluzione positiva: ripresa della produzione industriale e del PIL, stabilizzazione dell'inflazione, allentamento delle tensioni occupazionali, ecc..
Stanno tuttavia venendo al pettine alcuni aspetti strutturali che molti PECO ritengono di non poter risolvere affidandosi solamente al libero e spontaneo gioco delle forze di mercato. I nodi variano da Paese a Paese, tuttavia si stanno evidenziando alcune aree sulle quali si ritiene di dover intervenire in modo attivo:
- i problemi delle regioni in ritardo di sviluppo, ove l'occupazione risente della debolezza dei fattori di sviluppo (infrastrutture, della domanda e dell'offerta locali, livello d'educazione della popolazione, minacce demografiche, ecc.).
- la difficile e ancora troppo rara crescita dimensionale dalla categoria delle piccole a quella delle medie aziende, ovvero l'insufficiente dinamica dei processi di formazione delle "gazzelle";
- la perdurante crisi delle medie aziende nate per frammentazione da quelle di grande dimensione;
- il problema dell'innovazione e valorizzazione economica del patrimonio di ricerca scientifica, in passato oggetto di investimenti considerevolissimi e motivo d'orgoglio per gli ex-governanti.
- Certamente non ultimo è il problema dell'economia sommersa e dell'evasione fiscale di cui le piccole imprese sono i principali soggetti attivi. I governi hanno ormai ben avviato la ristrutturazione degli organismi di controllo e raccolta, e intendono progressivamente stabilire un regime di maggiore regolarità fiscale (introducendo ad es. l'IVA) e pensionistico contributiva.
Gli stanziamenti per la piccola impresa però non sono importanti: il problema occupazionale viene affrontato agendo soprattutto sulle grandi aziende con operazioni generalmente orientate al mercato, cioè ristrutturazione, privatizzazione, ricapitalizzazione, promozione di investimenti esteri. Il peso occupazionale delle grandi aziende è ancora notevole; non mancano infatti spinte di carattere prettamente sociale, che danno luogo frequentemente ad "interventi tampone", per guadagnare tempo e dare una boccata d'ossigeno, in attesa del miglioramento della domanda interna e della congiuntura internazionale.
Si è così aperto un profondo confronto tra Piccola impresa (dinamica, fondamentale per lo sviluppo futuro del Paese, ma anche principale area di evasione contributiva), e la Grande impresa (occupazionalmente e politicamente ancora rilevante, destinataria di ingenti risorse statali, spesso irrecuperabile distruttrice di ricchezza).
In ogni caso gli interventi di sostegno occupazionale - almeno nei Paesi a transizione più evoluta - sono stati messi in secondo piano rispetto all'obiettivo di controllo del deficit pubblico e dell'inflazione: le risorse date per tamponare la crisi sociale della grande impresa non sono state poi così massicce da pregiudicare la crescita economica nel suo insieme.
Sotto il profilo tecnico, un'importanza fondamentale hanno avuto gli interventi consulenziali del programma PHARE di cooperazione tra la Commissione Europea (Direzione Relazioni Esterne, DG1) ed i Paesi dell'Europa Centrale ed Orientale, il cui obiettivo principale è predisporre le condizioni per l'associazione e la successiva integrazione di questi Paesi nell'Unione, che è considerata da tutti un fondamentale traguardo politico, economico e strategico.
La stabilizzazione dei parametri macroeconomici è condizione fondamentale per entrare nell'UE, e la velocità di transizione è talvolta decisamente sorprendente; la situazione economica Slovena, ad esempio, già oggi rispetta ben quattro di sei criteri fissati dall'accordo di Maastricht per l'adozione di una moneta comune. A ciò certamente ha contribuito in maniera determinante la Piccola impresa e anche l'assistenza tecnica fornita in questo settore dai migliori esperti occidentali.
L'articolazione e l'efficacia di taluni strumenti di intervento sulle PMI hanno superato i modelli occidentali. Come accaduto per le telecomunicazioni, ove si è passati dalle vecchie centrali elettromeccaniche direttamente alle fibre ottiche ed al GSM. Anche nel settore della piccola impresa si sono potute adottare direttamente le metodologie più avanzate, formando una nuova classe dirigente con approcci avanzati ed una strumentazione che si colloca tra le più evolute in Europa.
I protagonisti di questo intervento sono le Agenzie di Sviluppo Regionale ( RDA-Regional Development Agencies): veri e propri "punti focali" tra l'azione condotta con le risorse pubbliche (nazionali ed UE), le PMI e la comunità degli investitori locali, nazionali ed internazionali.
Le RDA sono strutture molto snelle, con poche ma qualificatissime risorse professionali; partecipano direttamente alla gestione dei Fondi PHARE per la piccola impresa ed il venture capital, e svolgono un'azione di collegamento tra:
le PMI, le banche e le finanziarie locali,
i molteplici organismi settoriali esistenti (Camere di Commercio, Comuni, Camere dell'Artigianato, Associazioni di imprenditori, ecc.),
l'Amministrazione Centrale dello Stato (di solito rappresentata da un "segretariato per la piccola impresa - denominato "Agenzia Apex")
il PHARE, i finanziamenti internazionali, gli strumenti di sviluppo europei (Euro-Info Centres, Borse della Subfornitura e del Partenariato Industriale, BRE, BC- Net, ecc.).
È un ruolo di "perno attivo", che aggiunge valore alle iniziative, puntando altresì ad accelerare lo sviluppo dell'offerta di servizi aziendali privati.
I principali servizi erogati dalle RDA sono:
promozione, identificazione e valutazione di progetti per l'attivazione di investimenti, di creazione d'impresa, di formazione: raccolta, elaborazione e rafforzamento di proposte di sviluppo presentate da imprese e soggetti pubblici locali, ai fini del loro co-finanziamento con fondi pubblici e PHARE;
project management e co-finanziamento degli stessi - in particolare se sostenuti dal Programma PHARE.
I metodi e gli strumenti di intervento promossi diffusamente dalle RDA comprendono:
- I Fondi per la Piccola Impresa. L'obiettivo dei Fondi é procurare mezzi finanziari a costi contenuti per iniziative imprenditoriali di particolare valore. I Fondi sono un importante mezzo di congiunzione tra servizi e finanza, e contribuiscono a far evolvere una realtà in cui la "finanza" esistente spesso non va oltre il "retail banking" più semplice ed è quindi incapace di gestire iniziative profittevoli ma totalmente inusitate, e perciò difficili da gestire. È necessaria una fase iniziale che permetta al sistema bancario locale di affrontare con dimestichezza pratica, con know-how e strumenti specialistici (finanza dedicata, incubatori, reti di accordi e collaborazioni internazionali) quelle iniziative che altrimenti difficilmente si potrebbero realizzare senza un contributo pubblico che serva da incentivo e da fattore di riduzione del rischio. Solo dalla stretta integrazione di servizi aziendali evoluti e finanza scaturisce la possibilità di iniettare capitali freschi su progetti profittevoli. L'ingegneria finanziaria costituisce il "cuore" del Progetto, ma la finanza, la strategia, le tecnologie, la gestione aziendale debbono essere aspetti fortemente integrati tra loro: i mezzi economici sono indispensabili, ma più importanti ancora sono il know-how manageriale ed i contatti che completano le professionalità tecnologiche degli imprenditori.
- I Fondi a sostegno delle ristrutturazioni. Obiettivo dei Fondi è creare le condizioni strategiche ed operative per la privatizzazione ed il rilancio di grandi e medie aziende pubbliche in crisi. Si punta allo sviluppo qualitativo e quantitativo di servizi aziendali privati specialmente carenti in aree deboli. Nei paesi più evoluti opera lo SRP-Special Restructuring Programme della BERS, nel quale confluiscono strumenti pubblici, banche locali, merchant bank e venture capitalist esteri.
- I Fondi per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico. Strumenti specializzati nella promozione di imprese innovative. Si ritiene che gli enormi investimenti che i regimi precedenti avevano fatto nella ricerca tecnologica e scientifica, coinvolgendo moltitutidini di ingegneri e scienziati, possano contribuire a dare vita ad imprese con prodotti e processi innovativi collocabili sui mercati internazionali.
- I BIC- Business and Innovation Centre. Il BIC è il punto di raccordo tra gli strumenti di cui sopra e le imprese, soprattutto quelle nuove. I BIC dispongono di edifici "Incubatori" per ospitare le aziende all'inizio dell'attività e facilitare l' erogazione di servizi tarati sulle loro esigenze di crescita. Le imprese-obiettivo del BIC sono profittevoli, innovative, profondamente radicate nel territorio regionale, proiettate verso una veloce crescita internazionale. Il BIC deve realizzare una finanza "attiva", che accompagni l'impresa dalla fase di impostazione a quella di consolidamento, quando la presenza di partner pubblici non è più opportuna.
I BIC operano su tutto il territorio nazionale e non solo nelle aree più deboli, poiché facilitano la competitività a lungo termine dell'intero tessuto produttivo. Infatti, le nuove imprese costituiscono modelli e soluzioni organizzative da emulare, valorizzano la ricerca scientifica e innovano le PMI esistenti, promuovono l'occupazione di giovani laureati, favoriscono il miglioramento dell'offerta di servizi d'impresa e finanziari e, superata la critica fase di avviamento, attraggono investimenti industriali e finanziari esterni anche di notevole dimensione.
- Le Zone Industriali ed Artigianali. La messa a disposizione di aree attrezzate a costi contenuti è una delle forme più dirette di sostegno pubblico. Le infrastrutture hanno però costi molto elevati, e inoltre l'offerta privata di terreni e capannoni industriali è molto scarsa, a causa della lentezza della privatizzazione e della necessità di rivedere completamente i piani urbanistici, che erano impostati esclusivamente in funzione delle grandi imprese. Tuttavia solo in Germania orientale gli investimenti pubblici nell'infrastruttura industriale sono stati massicci; sono pochi i PECO che investono significativamente in questo settore.
- Lo sviluppo della subfornitura e del partenariato internazionale è un passaggio molto importante per favorire la ripresa di attività manifatturiere costrette ad una difficile diversificazione verso mercati evoluti, per fronteggiare le già accennate problematiche generate dai tipici meccanismi di spin-off. Generalmente è più agevole esportare la capacità produttiva (conta disporre di processi sufficientemente ben organizzati sotto il profilo della qualità e della produttività, giocando sul vantaggioso costo della manodopera) piuttosto che vendere prodotti (nel qual caso si richiedono strategie molto più complesse, spese di ricerca e sviluppo e notevoli investimenti in marketing e distribuzione). Uno strumento promosso ed applicato gradualmente nei PECO per favorire lo sviluppo della subfornitura industriale a livello locale è costituito dalla "Borsa della Subfornitura e del Partenariato" (SPX - Subcontracting and Partnership Exchange). L'obiettivo perseguito dall'SPX consiste nel facilitare il contatto tra i produttori e la domanda internazionale di subfornitura industriale. L' SPX è uno strumento che va ben al di là di un semplice "database", di fatto è una struttura organizzativa in grado di svolgere un'azione di marketing industriale a favore delle PMI associate.
Questa ricchezza di strumenti operativi, delinea e sottintende un intervento pubblico che poggia sulla decentralizzazione, l'orientamento al mercato, la capacità progettuale; in forte contrasto rispetto al passato centralista e di comando.
La base della strategia è stimolare le forze presenti in ciascuna regione a proporre nuove iniziative, ed indurre un maggior livello di collaborazione tra le parti sociali ed economiche.
L'intervento dello Stato nell'economia non può e non deve limitarsi a quello del semplice "Ente erogatore" di risorse, e nemmeno travalicare in quello dello "Stato-imprenditore", ma utilizza comportamenti, valori e strumenti aziendali per catalizzare investimenti privati su temi prioritari, quali l'innovazione tecnologica e la crescita di territori meno sviluppati.
L'iniziativa pubblica diviene così leva, partner e fattore di aggregazione di una moltitudine di imprese e soggetti, anche di piccola dimensione, in grado di restituire nel tempo l'investimento, sottoforma di ulteriore reddito.
da "INDUSTRIA E SINDACATO"
Mensile dellAssociazione Sindacale INTERSIND